Dario Cataldo: «Vorrei vedere per anni a Como l’arrivo di una tappa del Giro d’Italia»

Dario Cataldo

Allenamenti sulle strade del Lario per Dario Cataldo, vincitore della tappa del Giro d’Italia dello scorso 26 maggio, terminata in piazza Cavour.
Il 34enne originario di Lanciano, in Abruzzo, vive in Svizzera a pochi passi dal confine e spesso per prepararsi sceglie le strade del Comasco. Tra le mete preferite, tutte le ascese della Valle Intelvi, quelle del Triangolo Lariano, come Ghisallo e Alpe del Vicerè, e la salita che porta fino a Brunate, alla capanna Cao. Di passaggio in città, Dario ha visitato le redazioni di “Corriere di Como” ed Etv (nella foto). Una occasione per conoscere da vicino il portacolori del Team Astana e ricordare la sua strepitosa affermazione, dopo oltre 200 chilometri di fuga con il bergamasco Mattia Cattaneo.
«La vittoria a Como? È stata una liberazione, un momento che sognavo da 10 anni – dice Dario – e che mi ha portato serenità e pace interiore. Come tutti i ragazzini appassionati di ciclismo, sono cresciuto guardando il Giro, con la speranza, un giorno, di conquistare una tappa in una corsa che ha un fascino particolare per noi italiani».
«L’emozione reale è stata dopo il successo, con la vicinanza di tanti colleghi che conoscono il lavoro che svolgo come gregario e la dedizione che ho. I loro complimenti sono la cosa che più mi ha fatto piacere. Vincenzo Nibali, con cui mi alleno spesso, è stato il primo a manifestare la gioia per la vittoria, proprio l’uomo che tutti davano per favorito a Como».
Certo che tornare sul Lario dopo una vittoria di tappa ha un sapore differente. «Ogni volta che passo su queste strade – ammette Dario Cataldo – ripenso a quei momenti. Sicuramente qualcosa è cambiato. Quando sono con Nibali la gente lo riconosce e poi chiede a me se sono un corridore professionista. Allora Vincenzo spiega alle persone “guardate che lui ha vinto a Como”. E a quel punto mi dicono “ma allora sei Cataldo, ci ricordiamo del tuo successo”; ovviamente la cosa mi fa molto piacere».
Tornando alla fatidica tappa Ivrea-Como, Cataldo dice ancora: «Sapevo di essere avvantaggiato rispetto a Cattaneo per la migliore conoscenza del percorso e in una eventuale volata finale. Dovevo gestire bene: già da prima di arrivare al Ghisallo avevo iniziato a fare calcoli. Ho pensato che se fossimo passati lì con un vantaggio di 7, 8 o 9 minuti saremmo arrivati in piazza Cavour. Di fatto ho passato il finale a studiare metro per metro tempi, distanze e vantaggio, sapendo che non dovevo sbagliare».
Con Cattaneo Cataldo ha parlato a lungo dopo la corsa. I due si sono fatti reciprocamente i complimenti e poi si sono ritrovati pochi giorni fa in Nazionale per partecipare ai Giochi Europei di Minsk, dove la gara è stata vinta dal loro compagno di squadra, il comasco Davide Ballerini. «Davide è molto in gamba – spiega Dario – e ha molti margini di miglioramento soprattutto nelle classiche con il pavè, che lui predilige. A Minsk nel tratto decisivo c’era uno strappo di 200 metri di pavè: quando ho visto il percorso ho detto… la vinciamo. Ero sicuro che Ballerini sarebbe arrivato da solo e così è stato, l’ho anche detto alla vigilia al commissario tecnico Davide Cassani».
Il trionfatore della tappa lariana è in una fase di ripresa del lavoro dopo aver tirato il fiato al termine del Giro, esperienza molto faticosa. I suoi prossimi appuntamenti saranno, dopo una settimana in altura a Livigno, una corsa in Giappone con la Nazionale sul percorso dei Giochi di Tokio 2020, il Giro di Polonia e la Vuelta, poi il Lombardia, ancora sul Lario. E, collegandosi alla “classica”, Cataldo lancia una proposta clamorosa: «Sono innamorato del Lombardia, ma se dovessi fare una scelta, opterei per portare qui l’arrivo di una tappa del Giro per 3-4 anni di fila. Dovrebbe diventare un traguardo “classico” della “Corsa rosa”. Pensate alla folla del 26 maggio, alle immagini dall’elicottero. In un periodo primaverile la gente ha maggiore spinta a uscire e a fermarsi per qualche giorno in città, magari incentivata da una serie di eventi. Non sarebbe bello?».

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