De Sfroos: sì al ritorno della musica allo Stadio Sinigaglia

Davide Van de Sfroos San Siro

«Aspetti che abbasso la musica». Davide Van De Sfroos riduce al minimo il volume e parte l’intervista. Cosa stava ascoltando? «Un disco di Byron Metcalf, lo conosciamo in pochi, è un bravo percussionista e compositore americano, garanzia di ritmi tribali, lo metto su nello studio quando scrivo, ti tiene in dima».
De Sfroos è di nuovo in pista con il suo nuovo tour nei teatri, il “Tour de nocc” disseminato di successi e “tutto esaurito”, a Como e non solo. «Stiamo ormai arrivando alla fine – commenta il menestrello della Tremezzina – mancano poche date e devo dire che è andato tutto ben oltre le aspettative. Ho puntato molto sulla formazione di un quintetto poco invasivo, con musica a portata di platea, senza basso e la possibilità di trasformare i miei brani storici con le suggestioni tipiche della notte: atmosfere swing e jazz, senza stravolgerle. Così De Sfroos si è travestito da “Blue note” con sonorità mai fastidiose. Il che mi permette di parlare molto, di tornare a un mio vecchio amore che è il teatro canzone, raccontando di volta in volta pagine della mia vita di musicista. Il pubblico vive l’esperienza con emozione, per ben tre ore, senza scomporsi. E per me è una grande vittoria, un bel risultato».
«Abbiamo avuto spesso dei sold out nel tour e standing ovation anche in teatri distanti dal Comasco come Trento, Novara e Mantova, ho sempre trovato una accoglienza calorosissima».
Prossime tappe? Il popolo dei “desfan” è sempre caldo. «Adesso è tempo di trasformare il viaggio on the road nei teatri nella tournée estiva. non ci sono ancora le date ma ci stiamo lavorando. Torneranno basso e tastiere ma vorrei mantenere lo spirito con cui ho suonato nei teatri in questi ultimi intensi mesi. L’idea di base è diventare una band che propone De Sfroos in versione “global fusion” cioè con mescolanza di ritmiche varie, dal reggae a un certo tipo di music etnica al folk. E il tour potrebbe essere anche un banco di prova per testare i nuovi brani, ho una ventina di canzoni nel cassetto per il nuovo album».
Che uscirà quando? Per De Sfroos è prematuro: «Tutto dipende da che sonorità ricaveremo dal tour, certo ci piacerebbe in autunno tornare a registrare, ma oggi dobbiamo domandarci che senso abbia fare un disco, nell’era della musica digitale, di Spotify, dove però tornano di moda i vinili».
E anche le musicassette, Björk ristampa tutto il suo catalogo su nastro. «Beh, i De Sfroos sono partiti incidendo proprio una audiocassetta, sarebbe bello tornare allo stesso supporto» commenta Davide.
Di recente si è tornati a parlare, l’ha auspicato il sindaco Mario Landriscina, di eventi allo stadio Sinigaglia. Lei ha suonato a San Siro. La alletta? «Como se lo meriterebbe, un bel concerto allo stadio. Ma ora non fa per me, ho ripreso a suonare ripensandomi fin dalle radici e ho bisogno di contatti con piccole platee, teatri e piazze, e voglio continuare a viaggiare e a incontrare il mio pubblico. Certo l’emozione del Sinigaglia è unica, quando l’hai provata ti resta dentro. Mi è capitato di suonare di fronte alla curva. E lo so. Lo stadio di fianco al tuo lago, lo stadio che è una pagina di storia della città ha un fascino incredibile, per un comasco ma credo anche per un artista di fuori. Sì, in bocca al lupo, spero che la musica torni al Sinigaglia. Se lo merita perché è un luogo magico, unico».
De Sfroos è anche scrittore, “La Nave di Teseo” ha appena pubblicato il suo Taccuino d’ombre, un diario di appunti, frammenti, fantasticherie (sarà presentato il 7 aprile a “OlgiateCult” alle 20.30 al centro congressi Medioevo). «È un libro cui sono affezionato, nato dalla mia rubrica sul “Corriere della Sera”, un flusso di coscienza in stile beat generation, è come se Il pasto nudo di William Burroughs fosse stato scritto sul lago. È tutta roba che nasce istintivamente, a seconda di dove mi trovo. È un libro sincero, che racconta le mie peregrinazioni, sempre a caccia del senso della vita. Nel libro per la prima volta metto i miei disegni, ne ho centinaia. Sono segnaletiche mentali, in questo caso nate quando stavo lavorando a Brèva e Tivàn».

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