Deiana ucciso con almeno 15 coltellate

Il ritrovamento del corpo di Antonio Deiana

«Sullo scheletro, come ferita da arma da taglio, ho contato almeno 15 fendenti». A parlare, di fronte alla Corte d’Assise di Monza, è stato l’anatomopatologo Cristina Cattaneo, medico legale del Labanof, il laboratorio di antropologia e odontologia forense di Milano. Il tema era l’agguato in cui perse la vita Antonio Deiana, il 36enne scomparso il 20 luglio 2012 dopo aver lasciato, in sella alla sua Kawasaki, l’abitazione di Villa Guardia. Alla svolta nel delitto si era giunti sei anni dopo, curiosamente proprio il 20 luglio 2018, grazie a una soffiata giunta al commissariato Greco Turro.
Il corpo di Deiana era stato trovato sepolto in un seminterrato di Cinisello Balsamo, in un locale nella disponibilità di Luca Sanfilippo. Dopo essere stato fermato dalla polizia, Sanfilippo aveva confessato dicendo di aver agito da solo e di aver ucciso Deiana per futili motivi in preda a un raptus dovuto all’uso di cocaina. Una versione che non aveva convinto gli inquirenti, che avevano proseguito nelle indagini arrivando fino a Nello Placido, monzese 45enne ora a processo davanti alla Corte.
Lo stesso Sanfilippo (giudicato separatamente), è stato citato in aula ma si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Il momento cruciale dell’udienza è stata però la relazione del consulente della Procura, Cristina Cattaneo. Il medico legale ha ammesso che – visto lo stato del corpo quando fu recuperato – elementi utili per la relazione furono estratti soprattutto dalle ossa dello scheletro, ma che già solo da quelle, per ferite e lesioni di punta e di taglio, si contarono «almeno quindici fendenti», facendo dunque intendere un numero ben maggiore di colpi che decretarono la morte di Deiana. Non è stato possibile certificare, invece una eventuale e precedente colluttazione. Il processo in Corte d’Assise proseguirà la prossima settimana, quando verranno ultimati i testi del pubblico ministero. Poi si passerà ai testimoni citati dalla difesa. Parte civile del processo è la sorella di Antonio Deiana, rappresentata in aula dall’avvocato Maruska Gervasoni. La sentenza non arriverà prima del mese di marzo.
Al nome di Placido gli investigatori giunsero in modi diversi. Il suo telefono cellulare compariva nelle stesse celle di quello di Deiana nel giorno e nell’ora presunti dell’omicidio, e la sorella della vittima raccontò che il fratello le disse di essere in affari con Placido al quale, nel giorno della scomparsa, avrebbe dovuto consegnare della droga.

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