Delitto della pista ciclabile: 18 anni a Cerfoglio. Pianto disperato della madre alla lettura della sentenza

altLa Corte d’Assise di Como ha deciso per la colpevolezza. Ma non ci fu premeditazione
Sono le 15.30 quando la Corte d’Assise di Como si ripresenta in aula. Sono passate cinque ore, forse qualche minuto in più, dall’inizio della camera di consiglio. Tempo in cui i due giudici togati (il presidente Vittorio Anghileri, a latere Carlo Cecchetti) e i sei popolari, cinque donne e un uomo, si sono interrogati su Franco Cerfoglio. Accusato dalla Procura di Como – pm Mariano Fadda – di essere il killer di Alfredo Sandrini. Il 40enne fu freddato sulla pista ciclabile che da Domaso conduce

a Sorico, passando da Gera Lario. Sono passati dieci mesi da quel delitto, ed in aula ad ascoltare le parole della Corte ci sono le parti in causa, accusa e difesa, ma anche l’imputato che non è voluto mancare e, tra il pubblico, pure la madre e le sorelle di quest’ultimo. Ed è proprio la madre la prima a scoppiare in un pianto irrefrenabile, quando il presidente sta ancora leggendo il dispositivo della sentenza.
Perché la parola che anticipa la decisione, «colpevole», arriva quasi subito. Poi è solo attesa, breve, per sapere a quanti anni. E gli anni di carcere saranno 18. Senza l’aggravante della premeditazione, e con le attenuanti generiche riconosciute come prevalenti. In pratica, la fotocopia di quanto aveva richiesto la pubblica accusa nelle sue conclusioni. Al fratello di Sandrini, unica parte civile costituita (rappresentato dall’avvocato Massimiliano Galli), sono riconosciuti 80mila euro di risarcimento del danno, senza provvisionale.
Sull’aula scende improvviso il silenzio. Spezzato solo dai singhiozzi della madre. Perché al solito, in questi casi, non si festeggiano vittorie ma al massimo si piangono sconfitte.
Esce la Corte, esce il pm, esce anche l’imputato che tenta di salutare a distanza la famiglia. Cala così il sipario sul primo grado del delitto che risale alla sera del 3 gennaio quando Sandrini fu colpito da tre spari mentre, poco prima delle 22, pedalava verso casa. Un solo proiettile risultò fatale. Inutile il trasporto d’urgenza all’ospedale di Gravedona. Le indagini della Procura seguirono all’inizio più piste, per poi concentrarsi su Cerfoglio. Era lui ad avere un appuntamento quella sera con la vittima, per saldare un debito di droga. Era lui che a ridosso del Natale era stato picchiato più volte da Sandrini, proprio in seguito ai soldi non restituiti. Ed era sempre lui che aveva mandato quello strano sms che per l’accusa suonava tanto come un alibi costruito dopo il delitto: «Ti aspetto o vado? Devo gettare le reti». Al momento della ricezione del messaggio Sandrini era già stato colpito a morte.
Nei fascicoli della Procura sono poi finiti altri elementi che potrebbero aver influito sulla sentenza: il fatto che sul giubbotto di Cerfoglio furono trovate dai Ris particelle compatibili con la polvere da sparo dei proiettili calibro 22 usati nell’agguato, la possibilità di disporre di una barca – in quanto pescatore – con cui far sparire l’arma, una carabina, in fondo al lago, e pure quelle carte di caramella ai “fiori di sambuco senza zucchero” presenti sia nel luogo dell’agguato, sia in casa dell’imputato. Una lunga serie di indizi che hanno via via stretto il cerchio attorno a Cerfoglio fino alla sentenza di ieri pomeriggio. Letta in un giorno di pioggia a dirotto, proprio come quella maledetta sera del 3 gennaio, lungo la pista ciclabile di Gera Lario.

Nella foto:
Il momento della lettura in aula del dispositivo della sentenza che ha condannato Franco Cerfoglio a 18 anni di cella

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