Di Pietrantonio, l’arte visiva al tempo del coronavirus

Accademia di Brera

Diritto all’espressività e alla creatività nell’era degli algoritmi e dei virus. L’arte al tempo della pandemia: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Viene da parafrasare Gauguin domandandosi cosa sarà del sistema dell’arte – curatori, pubblico, luoghi – in una situazione tanto complicata. Ci aiuta a riflettere il critico comasco Giacinto Di Pietrantonio, che firmò con Luigi Cavadini nell’anno cruciale di Expo, 2015, la mostra d’arte a Villa Olmo Com’è viva la città. Art & the City 1913-2014.
Ora Di Pietrantonio lavora da casa come tanti, tiene lezioni e contatti con studenti e artisti. E firma una mostra online sul sito dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia visibile fino a fine anno intitolata “Diritto e rovescio, percorsi d’arte fra psiche, diritti e umanità”. Qui Di Pietrantonio ha convocato artisti significativi del panorama internazionale. Troviamo Marc Quinn, inglese affermatosi sulla scena internazionale a partire dagli anni Novanta e uno degli esponenti più noti e interessanti della Young British Art. C’è Nan Goldin, una delle artiste-fotografe più influenti con una poetica fortemente impegnata a indagare e sostenere i diritti umani.
C’è Giuseppe Stampone che ha integrato l’uso delle tecnologie con progetti di didattica rivolti a problematiche sociali e ambientali. C’è un mito dell’arte come Vanessa Beecroft che ha messo da sempre al centro la presenza femminile sia nel disegno che con le performance.
C’è l’arte impegnata di Zehra Dogan, artista turca che ha sposato la causa curda, popolo disperso fin dalla caduta dell’impero Ottomano tra Turchia, Iraq e Siria. E infine ci sono i lavori ipnotici e variopinti di Yayoi Kusama, la più nota e influente artista giapponese vivente,
«Credo che dopo il lockdown – dice Di Pietrantonio – gallerie e musei saranno molto più affollati di prima, c’è voglia di arte dal vivo e non in digitale. I musei li avrei tenuti aperti, tranne quelli dove l’assembramento è un problema oggettivo come gli Uffizi di Firenze».
Ma l’obbligo alla digitalizzazione cosa comporta? «Oggi faccio lezione online a Brera – dice il critico – e noto che gli studenti sono molto più attenti e presenti che “in presenza”. Forse perché hanno necessità di riempire il vuoto e il silenzio che devono patire per il lockdown. Il digitale ha luci e ombre. A Possagno, dove tengo una lezione online, parlerò del tema della censura: Facebook ha osato censurare delle opere di Antonio Canova, dei nudi. Un assurdo. Di fatto in questo momento problematico stiamo perdendo tanto sul fronte della cultura, dell’esperienza, della condivisione. Ai miei studenti manca il confronto con il fare in laboratorio, il ritrovarsi nel cortile di Brera. E manca anche a me. L’arte più della musica e della letteratura è legata all’esposizione dal vero. Ma confido che tanti artisti oggi si stiano confrontando nei loro atelier con la pandemia e che quando ne usciremo potremo trovare opere interessanti. Nella storia dell’arte dal dolore è sempre nato qualcosa di potente, pensiamo a Guernica di Picasso, che ha dato voce al dolore causato dal nazismo».
«Riflettendo sulle tante conferenze online, soprattutto su quelle di gruppo – conclude – trovo siano un bene, recuperano la convivialità che una volta trovare casa nei caffè da cui nascevano gruppi e movimenti. Vedi il Caffè Greco per De Chirico, o il Caffè Rosati a Roma dove nasce la cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo, o il Bar Jamaica a Milano di Fontana, Manzoni e tanti altri. Caffè letterari e artistici che oggi non ci sono più come tali. Forse l’unico a resistere in tal senso, ma in solitaria, è il Tommaseo di Trieste in cui si reca a scrivere Claudio Magris. Tutto questo parlare online mi fa pensare a un riattivarsi delle libere chiacchierate, da cui poi sono nati importanti movimenti artistici e opere di grande rilievo che hanno segnato un’epoca».

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