Dieci anni fa la scomparsa di Enrico “Chicco” Rossi. Il ricordo del fotografo e iridato di pattinaggio

Enrico Chicco Rossi

Il 21 aprile del 2009 a 82 anni ci lasciava Enrico “Chicco” Rossi, Abbondino d’Oro per la città di Como, in gioventù campione di pattinaggio a rotelle – vinse anche un titolo iridato – e per anni fotografo per le testate giornalistiche locali. Lo ricordiamo con due articoli pubblicati sul nostro giornale. Il primo, scritto nei giorni della sua scomparsa, l’altro, una intervista realizzata nel 2003 a cinquant’anni dal suo trionfo ai campionati del mondo di pattinaggio a rotelle.

Corriere di Como del 22 aprile 2009

Campione dello sport, ma anche grande fotografo di cronaca. Enrico “Chicco” Rossi per decenni ha documentato le vicende della città, sempre in prima linea. Fu il primo, ad esempio, ad arrivare sul luogo del disastro aereo dell’Atr 42 a Barni, nell’ottobre del 1987 e a Sesto Calende, sul luogo del ritrovamento del corpo di Cristina Mazzotti, la ragazza di Eupilio rapita e poi uccisa nel 1975.
Ma di episodi come questi se ne potrebbero elencare molti altri. Perché Enrico Rossi non era soltanto un fotografo, era anche e soprattutto un preziosissimo collaboratore e informatore dei tanti giornalisti con cui ha lavorato.
Ne traccia un ricordo il giornalista Emilio Magni, che ha lavorato con Rossi nella redazione comasca de “Il Giorno”. «Mi viene in mente – racconta – la frase che ci diceva sempre quando portava a casa la foto di qualche persona di cui avevamo bisogno: “Uè nan, ghè la testina”».
«“Chicco” aveva avuto due grandi maestri – aggiunge Magni – Natale Gagliardi e Adolfo Caldarini. Caldarini, in particolare, gli aveva spiegato che il giornalista non è come il bancario, che quando termina il suo lavoro può staccare. Un cronista è tale 24 ore su 24». E Rossi aveva fatto tesoro di questo insegnamento. «Era molto attento a ogni aspetto, conosceva tutta la città – sostiene ancora il giornalista – ed era una preziosa fonte di notizie. Sia di quelle curiose sia della cronaca “bianca”. Ma aveva contatti con tutte le forze dell’ordine e sapeva risolvere ogni problema quando non riuscivamo a portare a casa le notizie. Lui era sempre ottimista e sapeva che tutto sarebbe andato per il meglio. Aveva un rapporto stupendo con tutti gli informatori».
Sua preziosa collaboratrice, la moglie Carla. «All’epoca non c’erano i telefonini e le macchine digitali – conclude Magni – e così “Chicco” girava con una radio collegata a casa. Con questa chiamava la moglie e le diceva di comunicare alle redazioni che aveva trovato l’immagine richiesta o di preparare la camera di sviluppo delle foto. A suo modo è stato un precursore della comunicazione con i cellulari».

Il dolore tocca anche il mondo dello sport – Rossi negli anni ’50 era stato un campione di pattinaggio: fu, con il fratello Mario e Giulio Fasana il precursore del pattinaggio a rotelle sul Lario.
Il punto più alto della sua carriera agonistica fu il 20 settembre del 1953 quando Rossi, allora 26enne, conquistò il titolo mondiale di pattinaggio a rotelle sulla distanza dei 10mila metri. Ma le soddisfazioni per lui furono molte, con altri titoli iridati con le staffette e quindici campionati tricolori.
Il 9 novembre del 1947, inoltre, Enrico Rossi ottenne sette record mondiali di velocità sfrecciando sul tratto di strada tra Mandello del Lario e Colico. In seguito ha anche avuto il merito di vincere tre titoli tricolori di tiro al piattello.
«Ero bravo a scattare nel finale delle gare e a lasciarmi alle spalle gli avversari, come in occasione del successo iridato» amava ricordare Rossi, che raccontava sempre con piacere le sue imprese e ricordava volentieri i campioni di altre discipline (teneva molto, ad esempio, a una foto con il grande pugile Tiberio Mitri).
Erano davvero altri tempi, quelli in cui lui gareggiava, come dimostra l’accoglienza di suo padre al rientro da Venezia, dalla trasferta in cui “Chicco” vinse il titolo iridato. «Papà mi diede una sberla – ricordava Rossi – Gli avevo infatti detto che mi sarei allontanato da Como per lavoro. Invece ero andato ai Mondiali. Era ovviamente contento per il successo che avevo ottenuto, ma non aveva gradito la bugia».

Corriere di Como, 20 settembre 2003

Sono passati cinquant’anni dalla conquista della medaglia d’oro ai campionati del mondo di pattinaggio a rotelle, ma Enrico “Chicco” Rossi ricorda quel momento con le emozioni e la vivacità di quel ragazzo. Con gli occhi lucidi e con a fianco l’affettuosa moglie, sfoglia i numerosi album di fotografie in cerca di episodi che gli diano spunto per raccontare con entusiasmo e gioia la vita di uno sportivo.
L’iridato del 1953, poi notissimo fotoreporter della “Notte” e del “Giorno”, ripercorre gli anni della sua gioventù e analizza con lucidità invidiabile le imprese sportive coronate da successi.
«Quando gareggiavamo io e mio fratello Mario, lo sport era concepito in modo diverso rispetto a quello che avviene al giorno d’oggi – esordisce Chicco Rossi – Praticando il pattinaggio su strada non si viveva di rendita grazie allo sport. Bisognava avere un lavoro fisso e tanta passione che permettesse di avere la forza di allenarti. Quando vinsi a Venezia – prosegue il campione – il Coni mi diede 50.000 lire in buoni novennali. Nulla a che vedere con gli stipendi degli sportivi d’oggi».
Diversi erano anche i metodi di allenamento…
«Assolutamente diversi. Per allenarci, eravamo soliti compiere giri attorno a piazzale Giulio Cesare. Ci si allenava a giorni alterni, ma mentre gli atleti di nuova generazione si allenano per una gara di una disciplina specifica, noi partecipavamo a più gare di diverso chilometraggio, tutte lo stesso giorno».
Quali sono i ricordi più cari della sua lunga carriera sportiva? «Il titolo mondiale del 1953 mi diede fama e lustro, ma vestire la maglia azzurra e sentire l’Inno di Mameli dopo ogni vittoria agli Assoluti (“Chicco” Rossi ne vinse ben sette, ndr) era per me un’emozione ancor più intensa. Questo perché mi sento italiano e comasco».
A proposito di Como, quali sono i ricordi più vivi che la legano a questa città?
«A seguito di una rara malattia ossea ho trascorso ben undici mesi nei letti di ospedali diversi, mai abbandonato dall’affetto della famiglia. Quando si è concluso questo doloroso pellegrinaggio, prima di tornare a casa ho espresso il desiderio di rivedere il lago». Un gesto di grande amore verso Como…
«Sono sempre stato molto legato a questa città a tal punto che pur di non allontanarmi dal Lario, in gioventù ho rinunciato ad una proposta di lavoro allettante».
Tornando alla conquista della maglia iridata, cosa prova guardando le fotografie del 1953?
«Il primo pensiero che corre nella mia mente va ai miei genitori e a mio fratello, grande compagno di squadra. E’ stato un giorno meraviglioso e indimenticabile. Quella maglia non la tolsi per giorni, neanche la notte»

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