«Discriminata dal Ministero»: le motivazioni

Il Viminale

Quella del Ministero dell’Interno è stata «una decisione discriminatoria perché, in ragione della nazionalità», è stato riservato alla ragazza (una peruviana residente a Turate) «un trattamento diverso e peggiore» rispetto ai colleghi. Motivo per cui l’allontanamento non giustificato merita una condanna al pagamento del risarcimento del danno, l’ordine (al Ministero) di «cessare l’eventuale reiterazione della condotta discriminatoria» e infine la pubblicazione del dispositivo della ordinanza sul Corriere della Sera. Il giudice del lavoro di Como, Luca Ortore, ha sciolto venerdì (con le motivazioni) la riserva sul caso della cittadina peruviana Elizabeth Gaby Arquinico Pardo, in possesso di permesso di soggiorno e interprete di lingua spagnola. La ragazza, residente a Turate, aveva stipulato un contratto con una cooperativa per servizi di supporto e traduzione in Questura a Milano.
All’improvviso era stata invitata a non presentarsi al lavoro in seguito – a suo dire – a una direttiva giunta dal Ministero dell’Interno che la cooperativa non le aveva mostrato. Un “sollevamento” dell’incarico che era giunto a soli 14 giorni dal termine del contratto.

Le motivazioni riguardavano la presunta «dubbia affidabilità in un settore particolarmente sensibile, quello della sicurezza nazionale». Ma cosa aveva fatto Elizabeth Gaby per mettere in pericolo la sicurezza dell’Italia? Le carte sono state messe sul tavolo del giudice e sono dunque comprese nella motivazione della decisione. La Questura di Milano aveva riscontrato «un notevole aumento degli accessi di richiedenti asilo di nazionalità peruviana», non rilevato nei precedenti mesi, «senza che la situazione politica del Perù potesse giustificarlo». Motivo per cui erano state avviate verifiche su quella traduttrice nuova arrivata e peruviana.

Una dirigente della Questura, al riguardo, aveva informato il Ministero sull’ingiustificato aumento di richieste. «Nel mese di gennaio 2018 si era presentato un solo richiedente peruviano – scriveva – a fronte di ben 68 nel mese di gennaio 2019». Inoltre, nell’intero mese di febbraio 2018, la Questura aveva registrato ulteriori 10 accessi, mentre «al 5 di febbraio del 2019 erano già 14». Eppure, è stato proprio in base a questi numeri che il giudice ha condannato il Ministero e dato ragione alla giovane peruviana.
«Anche a voler ritenere esatti i dati – scrive il magistrato – il Ministero, oltre a non rivelare quale esito abbiano avuto le verifiche interne dirette ad accertare un eventuale coinvolgimento della Pardo nell’incremento delle domande di peruviani, nonostante i mesi ormai trascorsi, non ha indicato se, dopo il suo allontanamento, tali domande si siano ridotte in misura sensibile». «Il Ministero non ha neppure ritenuto opportuno indicare se il dato di gennaio 2019 fosse anomalo, anche rispetto a quello di altre grandi città». E infine, «non è stato neppure dedotto se le domande dei cittadini peruviani fossero inammissibili».

Secondo il giudice Ortore, insomma, proprio questi sospetti («inconsistenti») della Questura e del Ministero «svelano la reale natura discriminatoria perché tale provvedimento si è basato sul sillogismo, del tutto indimostrato, che l’incremento delle domande di asilo era stato unicamente favorito dall’illegittimo interessamento di una persona».
La chiosa è perentoria: «È stata chiesta l’immediata sostituzione della Pardo solo perché aveva la stessa nazionalità di coloro che avevano presentato un numero di domande di asilo superiori al passato», valutazione «indimostrata» e non «sostenibile a livello indiziario». Da qui la dichiarazione di «carattere discriminatorio della condotta del Ministero», la condanna al pagamento di 336,10 euro – la somma che la giovane di Turate avrebbe percepito se avesse continuato a lavorare fino alla fine del contratto – e l’ordine di pubblicazione del dispositivo sul Corriere della Sera. La ragazza peruviana era diventata nota a livello nazionale – prima di questa vicenda – in seguito a uno scambio di battute con il ministro Matteo Salvini, in cui rivendicava, dopo 18 anni in Italia di studio, lavoro e contributi pagati, di essersi guadagnata la cittadinanza.

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