di Mario Guidotti
Secondo voi perché soprattutto i sindaci, a cominciare dal meneghino “zio” Beppe Sala, insistono perché la gente torni alle sedi di lavoro? Perché mollare lo smart working (termine pessimo, lavoro da casa si capisce benissimo) e tornare ai propri uffici?
Perché i sindaci e non gli economisti, delle cui dichiarazioni i giornali ribollono quasi pari a quelle dei virologi?
Le aziende hanno annusato il business: buona produttività senza consumare energia, affitti, pulizie e, udite udite, buoni pasto. Sì, il punto è questo, le città si sono svuotate e chi ne soffre maggiormente sono i bar del centro, i ristoranti, i self service. I lavoratori a casa non consumano più, i centri sono deserti. Quindi si impoveriscono la città, e Como non fa eccezione, perché siamo una società che si erge sui consumi. Se non consumiamo non viviamo, almeno sui livelli precedenti. Ed è su questo che serve riflettere.
È giusto, e lo diciamo per semplificare il problema, lavorare (soprattutto) per consumare i ticket restaurant? Non dovrebbe la nostra società avere maggiori ambizioni costruttive, di avanzamento, di crescita, che quindi non dipendere da dove tante persone lavorano, ma come e quanto?
Certo, siamo dispiaciutissimi per esercenti, commercianti, ma è pensabile concepire i centri urbani solo come “mangiatoie” per turisti (che latitano) e dipendenti pubblici e privati (pure)?
È da un decennio che si parla quasi solo di “food”, bollicine e shopping come principali asset produttivi, che richiedono poi di essere consumati.
Non possiamo però non vedere che sta accadendo qualcosa di gigantesco a livello sociale, di improbabile reversibilità.
È un fenomeno che gli storici chiamano “periodizzazione”, ossia la trasformazione di un’epoca in un’altra. La nostra generazione ha attraversato continui cambiamenti, soprattutto dettati dalla tecnologia, ma, seppur veloci, graduali e progressivi.
Mai niente di traumatico, anche grazie alla mancanza di conflitti su scala planetaria. Ma quello che sta accadendo a causa di un virus invisibile ha pochi precedenti, forse l’hanno visto i nostri nonni nel passaggio dalla cosiddetta Bella Epoque, tra la fine del diciannovesimo secolo e l’alba del successivo, al mondo post-bellico.
Ma se le crisi portano dolorosi fallimenti, hanno con sé poderose opportunità. Se Como ed altre città faranno fatica a mantenere i propri bar, ristoranti e “movide” aggregate, perché non tornare a costruire, ristrutturare, reinventare, magari a misura d’uomo? Che sia la volta di orientare il lavoro di molti nel sistemare la zona ex-Ticosa? Il lungolago? I viadotti e la rete viabilistica? La zona stadio?
E perché non dare una sistematina alle scuole pubbliche? Magari con una storica e indimenticabile intesa pubblico-privato. Questi sono progetti per i soldi che l’Europa ci presta!
Che sia venuto il momento di uscire da una mera società dei consumi, che ha poi difficoltà a smaltire i residui degli stessi, e tornare a pensieri veramente produttivi, orientati a costruire e soprattutto lasciare qualcosa alle prossime generazioni?
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