Don Roberto, l’uomo accusato dell’omicidio urlava: «Rimarrò in Italia e voi mi dovrete mantenere»

Don Roberto Malgesini

«Dissi a don Roberto: “Con questo non c’è niente da fare”. “Faremo il possibile”, mi rispose e gli passai il fascicolo su Ridha Mahmoudi».
Si commuove l’avvocato, uno dei testimoni sentiti ieri nella seconda udienza per l’omicidio del prete degli ultimi. La voce si spezza nel ricordare quell’ultimo incontro con il religioso barbaramente ucciso a coltellate a pochi passi dal sagrato di San Rocco. Ieri, in aula, di fronte alla Corte d’Assise, sono sfilate una serie di persone che quell’uomo tunisino ora a processo accusato di omicidio, avevano cercato di aiutare in vario modo. A partire dal medico oculista che era stato contattato da don Roberto per «fare un favore a uno dei suoi ragazzi». «Era una cosa che mi aveva chiesto don Roberto e questo mi bastava – ha ricordato il dottore – Mahmoudi soffriva di danni alla retina successivi a una infiammazione. Serviva una perizia per cercare di ottenere la sospensione del decreto di espulsione». L’imputato si presentò nello studio accompagnato da don Roberto. «Mahmoudi era una persona di una aggressività mai vista – ha ricordato – Era supponente, tutto gli era dovuto. Una segretaria dello studio disse a don Roberto di stare attento. Ma don Roberto era sempre dolcissimo, lo calmava, ci diceva di avere pazienza con lui». Quella patologia per Mahmoudi era importante, il grimaldello per poter rimanere in Italia in quanto non curabile in Tunisia.
«Farò di tutto per rimanere in Italia – gridò a un altro avvocato – Mi dovrete mantenere per la mia patologia». Tutto ruotava attorno a questo, e il quadro emerso ieri in aula è stato tanto lucido quanto sconcertante. Tutti dovevano lavorare per lui, con l’intento di ottenere quel permesso di soggiorno che invece, dopo il divorzio e la perdita del lavoro, non gli era più stato dato.
Chi non ci riusciva a farglielo ottenere era un nemico da combattere e minacciare. Gli avvocati erano i suoi bersagli preferiti. Diversi hanno parlato ieri di fronte alla Corte. «Quando non ottenni quello che voleva – ha ricordato una legale – iniziò a rivolgermi frasi offensive. Lo allontanai e mi rispose che gli ordini li dava lui perché era un uomo e che io dovevo eseguirli in quanto donna. La situazione divenne molto tesa, in una occasione intervenne anche la guardia giurata nell’atrio del tribunale. “Vengo domani e ti faccio fuori”, mi disse». Una vicenda poi finita in un fascicolo penale.
«Insultava l’Italia e gli italiani – ha ricordato un altro avvocato – ma era molto determinato nell’ottenere il suo scopo, rimanere qui da noi. Un folle? No, per nulla. Appena vedeva le forze dell’ordine era bravissimo a cambiare atteggiamento e a fare la vittima». «Arrivai a buttarlo fuori dallo studio – ha raccontato un ennesimo legale – Era sempre in studio, tutti i giorni. Su don Roberto una volta disse che si occupava solo di quelli di colore. Era molto arrabbiato con lui, nutriva dell’astio». Mahmoudi era anche stato sposato con una italiana. Ieri ha parlato il figlio: «La picchiava, mia madre vestiva con abiti lunghi per no fare vedere i lividi. Io non potevo nemmeno entrare in casa. Non era affatto uno sprovveduto, voleva raggiungere i suoi obiettivi a tutti i costi e chi diventava un ostacolo veniva minacciato». Un percorso agghiacciante, quello vissuto ieri, testimone dopo testimone. In cui la figura di don Roberto è emersa con la forza della sua carità, di chi ha cercato in tutti i modi di «fare il possibile» per quell’uomo per cui «non c’era nulla da fare». In aula ha testimoniato anche il legale che (per l’accusa) Ridha Mahmoudi cercava ma che non trovò, virando poi sul bersaglio più facile di don Roberto. «La mattina in cui fu ucciso don Roberto ero in Diocesi e li appresi la notizia – ha detto – Mi dissero che era stato un maghrebino e, lo ammetto, il mio pensiero andò subito a Mahmoudi».

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