Dramma nel lago: non ci sono segni evidenti di un malore

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L’inchiesta sul decesso della 35enne di Tavernerio
Annegamento confermato. Attrezzatura analizzata da un ingegnere esperto di incidenti subacquei

Paola Nardini, la 35enne sub di Tavernerio rinvenuta senza vita a 89 metri di profondità nelle acque del Lario, è morta per annegamento. La conferma è giunta nelle scorse ore dall’autopsia che la Procura aveva affidato all’anatomopatologo del Sant’Anna, Giovanni Scola.
Un primo, iniziale passo nella complicata inchiesta aperta dal pubblico ministero, Maria Vittoria Isella, per capire le cause che hanno portato alla morte dell’esperta subacquea.
Ovviamente questo primo responso

non basta, anche perché la dinamica di quanto avvenuto, a una quota compresa tra i -30 e i -50 metri di profondità, lasciava comunque intendere questa conclusione. Serve ora capire il perché sia sopraggiunto l’annegamento, e perché soprattutto la 35enne si sia strappata l’erogatore senza utilizzare quello di riserva.
Un malore? Una crisi di altro tipo? Oppure problemi all’attrezzatura? Tutte piste che per il momento rimangono irrisolte.
Sulla prima, quella del malore, la risposta – ovviamente ben complicata – dovrebbe giungere con l’esito degli esami che sono stati disposti. Di evidente, però, al momento dell’autopsia non è stato trovato nulla.
Ma non ci si ferma certo all’autopsia, come detto. Perché la Procura, lunedì prossimo, affiderà a un ingegnere di Roma specializzato nelle indagini su infortuni in cantieri subacquei, il compito di analizzare l’attrezzatura dei tre appassionati di immersione che accompagnarono Paola nella discesa negli abissi del Lario.
Il primo riuscì a risalire senza problemi, mentre al secondo fu necessaria la camera iperbarica per salvare la vita.
Stando ai racconti di quanto avvenne in profondità, la 35enne si strappò l’erogatore facendo lo stesso anche con quello di uno dei due uomini che l’accompagnavano. Ora però c’è da capire il perché di un simile comportamento. E non è escluso che la sub possa essersi accorta che qualcosa non andava nell’attrezzatura, facendosi poi prendere dal panico.
Proprio per questo motivo l’ingegnere romano analizzerà le attrezzature di tutti e tre i sub, cercando di confrontare gli elementi e i dettagli dell’immersione contenuti nei computer da polso indossati.
Questi ultimi – anche Paola ne portava uno – sono sostanzialmente “scatole nere” che registrano ogni tipo di dato, dalla temperatura dell’acqua ai livelli successivi di immersione ed emersione.
Più molti altri parametri come la quota massima di profondità raggiunta e gli intervalli necessari per poter riemergere.
Paola rimase prigioniera nelle acque del Lario – 150 metri a nord di Villa Geno – domenica 29 settembre. I vigili del fuoco lavorarono quattro giorni prima di riuscire a individuare il corpo senza vita della 35enne di Tavernerio, adagiato a 89 metri di profondità sul secondo pianoro che caratterizza quel punto di lago.
Una parete completamente verticale fino a quota 70 metri (primo pianoro) per poi scendere di nuovo in picchiata fino a 89 metri. Paola Nardini è stata trovata senza l’erogatore in bocca, e con l’attrezzatura apparentemente in ordine.

M.Pv.

Nella foto:
Una fase dei quattro giorni di ricerche a Villa Geno (Fkd)

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