Due fratelli, un unico destino: accoltellati, seppelliti e ritrovati dopo tanti anni
Cronaca

Due fratelli, un unico destino: accoltellati, seppelliti e ritrovati dopo tanti anni

Antonio Deiana era in una buca profonda un metro e mezzo. Vi era stato seppellito, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, nella notte stessa del delitto, quella tra il 20 e il 21 luglio del 2012. Il fratello, Salvatore, tre anni prima aveva fatto la stessa fine. Anche lui ucciso a coltellate nel retro di una pizzeria di Vertemate con Minoprio, anche lui poi seppellito in una buca, scavata nel bosco di Oltrona San Mamette. A ucciderlo furono balordi con cui aveva avuto dei problemi in passato e con cui per caso si ritrovò fuori da un locale notturno. Mangiarono una pizza insieme, poi l’omicidio. Fu ritrovato sei anni dopo, proprio come il fratello Antonio che mai aveva smesso di cercarlo, immaginando che avesse fatto una brutta fine. Un destino drammatico che ha unito, nella morte, i due Deiana. Ora, dopo anni di mistero, i parenti avranno entrambe le tombe su cui piangere.

«Sappiamo tutto. Non farci perdere tempo. Dicci dove l’hai sepolto».
È la mattina di giovedì. Gli agenti di polizia si presentano in un caseggiato di Cinisello Balsamo, in via Lanfranco della Pila al civico numero 12. Cercano Luca Sanfilippo, 47 anni, che in quella casa, al secondo piano, vive con l’anziana madre e con un fratello. In mano hanno le carte che lo accusano dell’omicidio di Antonio Deiana, 36 anni, di Villa Guardia. Il giovane che uscì di casa un mezzogiorno del 20 luglio 2012 per non farvi più ritorno.
Di lui si erano perse le tracce, ma non la speranza degli inquirenti di ritrovarlo. Un lavoro che è proseguito negli anni, passando anche dal ritrovamento del fratello Salvatore, pure lui scomparso (prima di Antonio) e trovato seppellito in un bosco di Oltrona San Mamette. Ma questa era un’altra storia.
Eppure, di elementi in mano gli agenti ne avevano. Non a sufficienza per chiudere il cerchio anche sulla scomparsa di Antonio. Almeno fino al 10 giugno scorso, quando un uomo, oggi indagato per favoreggiamento, si presenta al Commissariato di polizia di Greco Turro. «Ho una cosa da dirvi, che risale a sei anni fa». È il dato finale.
L’uomo, 50 anni, aiutò il presunto omicida a far sparire i vestiti indossati da Deiana e il coltello usato per ucciderlo. Li bruciò. Sapeva che erano gli abiti di un defunto, di un giovane allora 36enne ucciso in uno scantinato di un palazzo.
L’indagine mai interrotta della squadra Mobile di Como, con l’aiuto di quella di Milano e degli uomini del commissariato, aveva ora l’anello mancante.
Il resto è storia di questi giorni. «Dicci dove si trova», hanno intimato gli agenti giovedì mattina al sospettato. L’uomo li ha condotti in un seminterrato del condominio, uno spazio che era di sua unica pertinenza. In mezzo ad una montagna di oggetti e cianfrusaglie, in fondo, c’è un locale sgombro e disadorno e, dietro, un anfratto. «In questo spazio l’ho ucciso – avrebbe confessato il 47enne – e il corpo è lì sotto». Le operazioni di scavo, con l’utilizzo del martello pneumatico per spaccare la gettata di cemento fatta solo sei mesi fa (dopo che il locale era stato pignorato), sono iniziate subito e si sono concluse alle 23 di venerdì sera. Il corpo è stato interamente recuperato.
Ora verrà estratto il Dna per poi compararlo a quello dei parenti della vittima per avere la definitiva conferma di quanto ricostruito con le indagini. Per la risposta servirà del tempo.
Intanto, il fermato è stato condotto in carcere a Monza. Il suo nome è stato iscritto sul registro degli indagati della Procura brianzola con le ipotesi di reato di omicidio e soppressione di cadavere.
L’uomo avrebbe già confessato le proprie responsabilità. Sei anni di indagini e lavoro, passati da periodi di sconforto per i riscontri che non arrivavano ad altri di rinnovata fiducia per nuovi elementi che andavano ad aggiungersi a quanto già si conosceva.
Ora è tutto sul tavolo del pm di Monza che ha affidato lo scheletro alla dottoressa del Labanof di Milano per avere le ultime decisive risposte prima di poter scrivere, una volta per tutte, “il caso è chiuso”.

23 luglio 2018

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Mauro Peverelli mpeverelli@corrierecomo.it


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