Erri De Luca: “La mia scrittura è fisica”

Erri de Luca (foto di Adolfo Frediani)

Nella Sala Bianca del Sociale di Como con ingresso da via Bellini 1, angolo piazza Verdi, il 17 novembre prossimo alle 16.30 sarà ospite lo scrittore Erri De Luca che presenterà al pubblico lariano il suo nuovo libro edito da Feltrinelli, dal titolo “Impossibile”. Una storia che intreccia il suo amore per la montagna con il suo amore per la giustizia. Ingresso libero fino ad esaurimento posti. Erri De Luca non mancherà di raccogliere ancora una volta l’entusiasmo dei suoi molti estimatori sul Lario e infatti si prevede un grande afflusso di pubblico come avvenne di recente per la presenza in Sala Bianca dello scrittore cileno di fama mondiale Luis Sepùlveda. Erri De Luca con questo nuovo libro ci consegna un romanzo intelligente e di facile lettura che resta dentro a lungo: nell’incontro su un sentiero di montagna dolomitica impervia tra un ex terrorista collaboratore di giustizia e un condannato per terrorismo tocca nervi sensibilissimi oggi come appunto la giustizia, il rapporto tra passato e presente, tra individualità e collettività. Non manca un doveroso omaggio a Leonardo Sciascia, a trent’anni dalla morte. Un libro forte, in cui De Luca mette in gioco la sua conoscenza e militanza nel mondo “rivoluzionario” degli anni Settanta con un presente fatto di conflitti e lacerazioni.

De Luca, quanto gioca l’elemento autobiografico in un romanzo?

“Nelle mie storie la vita attraversata è la mia sorgente di ricordi prima, e di scrittura poi. C’è un io narrante al quale presto spezzoni di esperienze dirette. Nel caso dell’ultima storia, “Impossibile”, la vicenda della voce narrante non è stata la mia”.

Due trentennali, la caduta del muro e la morte di Sciascia, coincidono / combaciano con il romanzo. Il pensiero su Sciascia del protagonista coincide con il suo?

“Al trentennale aggiungo un avvenimento decisivo: la ritirata del 1989 dei Russi dall’Afganistan, la prima vittoria di un Islam militare. Coincide su Sciascia il mio sentimento con quello del personaggio: sono un lettore felice dei suoi libri, non della sua esperienza di parlamentare, che del resto scontentò anche lui”.

Fare i conti con il passato, con la memoria, con il rapporto tra pubblico e privato, è un altro tema forte del libro. Quando l’Italia diventerà un paese “normale”? E ne ha bisogno in fine? O quando sarà almeno all’altezza della sua storia che è però fatta di invasioni, conflitti, contraddizioni?

“Il passato è una materia instabile, cambia di aspetto secondo le versioni ufficiali del momento. Ma una cosa evidente è che la ricostruzione storica di un periodo, anni ‘70 per intenderci, non si può affidare agli atti giudiziari. Per ora da noi manca la distanza che spetta alla professione dello storico. In quel vuoto si inseriscono a provvisoria supplenza le narrazioni”.

Nel suo libro in filigrana si legge la presenza di Dostoevskij, appunto quella di Sciascia, ma anche la memoria di tanti film (penso a “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri e a “Runaway train” di Kurosawa-Konchalowski). E si riflette anche nelle sue pagine la passione per il camminare, per le alte quote, per l’esperienza fisica che si riflette nella scrittura, come in Murakami: quanto conta la devozione alla parola, alla conoscenza, all’esperienza di vita nella narrativa di oggi?

“Da parte mia di lettore prima e di scrittore poi, esigo la precisione del vocabolario e la igiene mentale che respinge le frasi fatte, le espressioni scontate. La mia scrittura è fisica, perché dal corpo imparo e dal suo deposito di conoscenze attingo”.

Il libro vive di due facce, il dialogo-confronto tra epoche e generazioni che è anche dialogo impossibile tra due forme di potere, quello dello stato e quello della rivoluzione, e il dialogo d’amore, a distanza. Siamo una società in cui che non ci si parla più, al massimo si urla o si litiga, dove prevale l’ego, l’io, il “ti voglio” al “bene”. Come ci si trova? 

“La rivoluzione è stato lo strumento politico del 1900 e ha esaurito il suo compito fino all’estinzione della parola. Oggi rivoluzione è una metafora applicata a qualunque campo d’innovazione. Per quelli come me era invece una parola univoca e da prendere alla lettera”.

Oggi escono 200 libri al giorno in Italia e calano i lettori.

“Il numero dei lettori di libri in Italia è sotto la media europea e questa può essere anche una buona notizia, perché il margine di possibile aumento è largo. Ma da noi manca un sistema capillare di biblioteche pubbliche, manca un sostegno alle librerie sparse in piccoli centri: manca insomma l’attenzione delle autorità a promuovere la lettura. Probabilmente la classe reggente del nostro paese non è leggente. Un cittadino che non legge è più governabile”.

Quale è la sua disciplina di scrittore? Che tempi e riti ha?

“Sono indisciplinato, scrivo quando ne ho desiderio, non sono l’impiegato della mia scrittura con orari e fogli da riempire. Per me scrivere resta il contrario del verbo lavorare, è il tempo festivo e sporadico. Scrivo a penna su quaderni a righe e non a tavolino, ma sulle ginocchia”.

Consigli a un esordiente che voglia crescere: scuole di scrittura, esperienza individuale?

“Leggere un camion di libri, ascoltare le storie dei vecchi, sporgersi dalla finestra sul mondo di fuori e non su quello di dentro”.

La sua fedeltà a Feltrinelli, cosa vuol dire a distanza di anni?

“La fedeltà è reciproca, inaugurata con il primo libro è proseguita con la cura dell’editore per il catalogo: i miei titoli riversati in formato economico sono tutti reperibili, continuano a ristamparsi”.

Per concludere, una domanda personale: sono 70 candeline l’anno prossimo, tempo di bilanci, di ripartenze?

“Per il settantesimo anno mi festeggerò su qualche montagna remota”.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.