Ex Ticosa, gli Architetti: “La parte pubblica torni protagonista”

L'area ex Ticosa a Como

Anche l’Ordine degli Architetti di Como, per voce del suo presidente Michele Pierpaoli, chiede che il Comune del capoluogo assuma un ruolo da protagonista nel futuro dell’ex Ticosa: «Vi inserisca servizi strategici di interesse pubblico che servano da innesco virtuoso per altre funzioni e attraggano investitori».

Sull’edizione di ieri del “Corriere di Como” lo stesso pensiero, nel senso di una maggiore propositività nella pianificazione urbanistica complessiva, era stato espresso dal presidente dei costruttori dell’Ance, Francesco Molteni.

«Il fatto che l’ex Ticosa, come pare, torni in mano comunale, è una opportunità – dice Pierpaoli – Ma se il Comune non ne governerà i processi sarà ancora più difficile di prima lasciare l’area nelle mani di un privato, troppo esposta ai venti del mercato. Molte iniziative europee hanno trovato successo quando le funzioni private, dal terziario al residenziale, si sono costruite attorno a una progettazione certa e chiara della pubblica amministrazione e intorno a queste risorse messe in campo si è costruito tutto un quadro di investimenti privati. Penso a realtà come Marsiglia e Amburgo, o al caso milanese che in Italia resta il più convincente».

Il faro secondo Pierpaoli è stato appena emanato dalla Regione: è la deliberazione della giunta numero 207 dell’11 giugno scorso sulle misure di incentivazione e semplificazione nella rigenerazione delle aree urbane. «La Regione dice alle amministrazioni locali: pianificate anche con ampi spazi di manovra il vostro destino, perché dovete capire che sempre meno ci saranno possibilità di costruire in aree nuove e per questo una realtà come l’ex Ticosa risulta ancora più strategica, anche per attingere a finanziamenti europei. In tal modo la Regione si assume un ruolo di facilitatore per eventuali finanziamenti che pare in analogia a ciò che è, in Francia, proprio dell’“Agenzia nazionale per la rigenerazione urbana”».
Positivo quindi che l’ex Ticosa torni in mano pubblica, secondo Pierpaoli. È chiaro che l’area deve essere bonificata, «per qualsiasi utilizzo, fosse anche un parco urbano». Ma serve un cambio di marcia, una «prefigurazione urbanistica», dice il presidente. «Torniamo al “documento di piano” di dieci anni fa, struttura previsionale urbanistica, da aggiornare dove occorre visto che molte cose sono nel frattempo cambiate, dall’ospedale all’università, e mettiamo tale documento in dialogo con l’altra esigenza di cui si parla oggi, il piano del traffico», dice Pierpaoli.

Ecco quindi la corretta cornice in cui inserire il “quadro Ticosa”, che altrimenti sarebbe una monade fluttuante nel nulla: «L’ex tintostamperia va vista nel contesto più ampio e complesso che la circonda: viale Innocenzo, il depuratore che a sua volta è tema di discussione aperto, e poi l’area ex Danzas e la stessa stazione ferroviaria e lo scalo di San Giovanni, sulla cui identità futura ci sono molti interrogativi. Una complessità di tale portata va messa a fuoco molto bene e con grande chiarezza da parte del Comune, dato che “rigenerare” un’area non vuol dire ricostruire o ristrutturare ma dare nuova vita a ciò che prima aveva altra funzione e altro senso, creare un pezzo di città nuovo dove i contenuti sono non solo ciò che si costruisce ma anche ciò che resta vuoto, le funzioni per la vita di chi lo abiterà e lo utilizzerà. Richiamo ancora la delibera regionale 207: il percorso deve essere in capo all’amministrazione pubblica, che può secondo il Pirellone inserire nel proprio piano regolatore anche misure di incentivazione per localizzare funzioni di interesse pubblico nell’area che va rigenerata, in modo che possano fungere da volani di rinnovamento attraverso strumenti di facilitazione ad esempio con riduzione di oneri. Questo è per me il punto nodale, su cui deve gravitare ogni scelta futura».

Solo su tali basi sarà possibile, per Pierpaoli, concepire un nuovo “concorso di idee” per la Ticosa: «Si faccia, ma solo chiarendo il quadro infrastrutturale, funzioni e destino dell’area. La cosa peggiore sarebbe chiedere o raccogliere soluzioni in modo estemporaneo, senza un processo preliminare e razionale di studio, verifica e prefigurazione urbanistica».

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