Fallimento Sca e Iris, al via l’udienza preliminare. Tra gli imputati anche l’ex sindaco Bruni

Stefano Bruni

Si è aperta ieri l’udienza preliminare che vede in aula undici indagati chiamati a difendersi (a vario titolo) dalle accuse nate dai fallimenti delle società Iris srl e soprattutto Sca Spa (Società concessionaria automobili), storica concessionaria di Como fallita con sentenza del Tribunale lariano del settembre 2016. Di fronte al giudice dell’udienza preliminare Laura De Gregorio, verrà definita anche la posizione dell’ex sindaco della città di Volta, il commercialista Stefano Bruni. Tra le contestazioni, pure quella di truffa ai danni della Serratore spa, concessionaria di Erba cui sarebbe stato procurato un danno «non inferiore a 290mila euro» consistito nell’aver venduto a credito automobili senza essere mai state pagate.
Per tale questione nei guai è finito l’amministratore di fatto della società che ordinò le auto (l’ex patron del Lecco Daniele Bizzozero) e lo stesso Bruni, presidente della società specializzata nel settore finanziario che avrebbe offerto le garanzie fidejussorie.
Secondo le accuse formulate dal pm Mariano Fadda, Bruni avrebbe messo sul piatto anche la credibilità che gli derivava dalla sua attività professionale di commercialista e «dall’essere l’ex sindaco di Como». In aula, nella prima udienza di ieri, si sono presentati i legali degli imputati e gli avvocati in rappresentanza di Serratore spa, del Fallimento Iris e del Fallimento Sca. L’udienza è stata poi rinviata a maggio per un difetto di notifica a due imputati stranieri. Tornando alle altre contestazioni, secondo il quadro rappresentato dalla pubblica accusa – per fatti che risalirebbero al periodo compreso tra il 2014 e il 2016 – la Iris (amministrata da quattro persone, parte di diritto, parte di fatto) sarebbe stata utilizzata per un aumento di capitale ritenuto essere «fittizio» (passato da 10.000 euro a un milione) grazie al conferimento di titoli obbligazionari di una società di Vienna attiva nel campo dei diamanti.
Titoli che – per il pm – erano «in realtà privi di effettiva consistenza in quanto garantiti da dotazioni di diamanti totalmente inesistenti». Iris che poi, sempre tramite questi titoli, avrebbe assunto partecipazioni in altre società, compresa la Sca.

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