Fiorenzo Magni, passione per il Lario

Fiorenzo Magni

Il Ghisallo, i ricordi comaschi e la vita del grande campione di ciclismo
Fiorenzo Magni appare nella taverna della sua bella villa, a Monticello Brianza, un minuto dopo l’ora dell’appuntamento. Subito conferma la sua puntigliosa fama: «Mi scuso. Novant’anni sono tanti ed è solo la seconda volta che arrivo in ritardo».
Oggi è il giorno del compleanno tondo. E il “Leone delle Fiandre”, come fu soprannominato dopo le tre vittorie consecutive nella durissima gara ciclistica belga in linea, accetta di ripercorrere le tappe che l’hanno visto protagonista in sella
e nella vita.
La memoria è fervida («visiva», dice lui), la parlata toscana inconfondibile (è nativo di Vaiano, nel Pratese), i legami con Como e con il Lario molteplici e fitti. A partire dal Ghisallo, sulle cui strade Magni si allenava e correva. Oggi è presidente del Museo del Ciclismo, che l’appassiona come un bambino e per il quale ostenta autentico orgoglio.
«È un’opera bellissima, molto istruttiva per i giovani. Il Museo sorge su un terreno da cui si gode un’incredibile vista. Ho grande riconoscenza verso il presidente della Regione, Roberto Formigoni, e verso l’allora assessore Ettore Adalberto Albertoni. Essere riuscito a tagliare anche questo traguardo mi fa dire che sono davvero un uomo fortunato. A Milano avremmo avuto un pubblico più numeroso, ma qui c’è la Madonna del Ghisallo, protettrice dei ciclisti. E io sono uomo di fede».
Il Ghisallo, il “muro di Sormano”, sono salite mitiche per generazioni di corridori. Magni le colloca nell’intreccio di altre località lariane.
«Quanti chilometri ho fatto, pedalando tra Bellano, la Valsassina e Magreglio – rievoca – Quando cominciavo a intravedere il campanile lassù, capivo che ero arrivato. Sono stato cittadino di Vassena per tanti anni. Quando fui commissario tecnico della Nazionale ciclisti portai la squadra azzurra a Limonta, frazione di Oliveto Lario».
Quali altri ricordi ha di Como?
«Ho tanti amici nel Comasco. Penso alla Comense e al suo presidente Antonio Pennestrì, a Oreste Magni, buon corridore che portava il mio stesso cognome, a Fabio Casartelli e alla sua famiglia. Se penso alla sua tragica fine a causa della caduta al Tour de France e al suo funerale, mi commuovo ancora. E poi, durante la guerra, fui sfollato a Valmadrera e questa è una notizia perché non l’ho mai detto a nessuno… È sempre Lago di Como, no?».
Racconti l’episodio della clavicola rotta. L’immagine che la ritrae in quella circostanza è purissima epica, ciclismo eroico.
«Quella è la foto più bella della mia vita. Si correva il Giro d’Italia del 1956. La tappa arrivava a Livorno. Lungo la discesa di Volterra caddi, giunsi al traguardo e all’ospedale mi diagnosticarono la frattura di una clavicola. Firmai per proseguire, facendomi forte del fatto che l’indomani veniva il giorno di riposo. Ma, in seguito, nei tratti ripidi non ce la facevo a tirare su la bicicletta. Il mio meccanico tagliò un tubolare, estrasse la camera d’aria e la legò al manubrio. Tenendola tra i denti riuscivo a pedalare. Poi, nella tappa da Modena a Rapallo caddi di nuovo e svenni per il dolore. Mi svegliai in ambulanza e urlai che mi facessero scendere. Mi rimisi in sella e giunsi terzo al traguardo e secondo nella classifica finale. Il giorno dopo, all’Istituto Pini di Milano mi dissero che avevo rotto anche l’omero. Quando nello sport vedo fare scene per certe piccole cose… Lasciamo perdere».
Lei è stato il cosiddetto “terzo uomo” tra Fausto Coppi e Gino Bartali. È vero che sua moglie veniva a vedere e le diceva che quei due passavano senza essere nemmeno sudati? Erano davvero inarrivabili?
«Sì, erano davvero fenomenali. Per loro pedalare in salita era come andare in pianura e non è un modo di dire. Fausto mi fece l’onore di venire all’inaugurazione della mia prima concessionaria d’auto Lancia. Gino era un credente vero, non di convenienza. Correvamo la Milano-Sanremo, 270 chilometri con partenza alle 9 del mattino e lui, prima del via, alle 6.30 si presentava fedele alla messa».
Fiorenzo Magni è stato precursore e iniziatore di molte esperienze: la sponsorizzazione nello sport, l’Associazione nazionale degli atleti azzurri d’Italia, il Panathlon a Monza, dove ha un’altra casa. E l’ammissione delle donne al seguito delle gare ciclistiche. «Noi toscani – dice oggi, riconoscente verso la moglie, sua compagna da una vita – siamo prepotenti e chiacchieroni. Io ho avuto la fortuna d’incontrare lei, che è la saggezza in persona».
Ho letto che conosce così bene la geografia del nostro Paese, da sapere esattamente dove sono tutte le fontanelle.
«La prima fontanina sulla discesa dopo Lierna era per me un autentico toccasana. Mi fermavo sempre. E così dopo Introbio: sgorgava un’acqua così leggera… Conosco le fontanine di tutta Italia e sa perché? All’epoca, in corsa, non ci si poteva rifornire come avviene oggi. Uno l’acqua ce l’aveva nella borraccia, oppure si doveva fermare al bar, dove alla domanda su chi pagasse si rispondeva “Torriani” (storico patron del Giro d’Italia, ndr). Oppure, bisognava sapere per forza dov’erano le fontanine».
Dopo la bici, la moto e poi l’auto. Nella sua vita ci sono sempre le ruote…
«Ho iniziato a vendere le moto su mandato del signor Carlo Guzzi, che abitava sul Lario, a Mandello. Poi ho fondato la prima società “Fiorenzo Magni srl.” nel 1951: correvo ancora in bicicletta. Nel 1955 sono diventato concessionario d’auto. Era dura fare tutto: allenarsi, lavorare, gareggiare. Ecco perché a un certo punto ho lasciato la bicicletta».
È vero che lei ha una collezione personale dedicata ai Pontefici?
«Sì, li ho conosciuti tutti, da Pio XII all’attuale Benedetto XVI. Il primo mi fece una grande impressione, sembrava di imbattersi in una figura che veniva dall’aldilà: alto, magro… Paolo VI era appassionato di ciclismo. Ebbi un rapporto cordiale con Wojtyla. Quando lo conobbi gli chiesi di pregare per una persona di famiglia che aveva un problema. Mia moglie e io fummo rassicurati in tal senso. Da Papa Ratzinger andammo per far benedire la targa del Museo del Ghisallo. Tre mesi dopo lui si recò in visita in Germania e chiese di me al vescovo che era presente anche nella precedente circostanza…».
So che l’acqua è un segreto della sua longevità e della sua salute.
«È molto semplice. Da sessant’anni, al mattino, mentre fo la barba io sorseggio acqua calda. Ma non è solo questo. È importante la tavola. Quando qualche amico mi invita, dicendomi che nel tal ristorante si mangia particolarmente bene, io rispondo: “Allora non ci vengo”. Perché sa, alla mia età si deve andare dove si mangia male. Anche perché mi devo preparare per il compleanno dei miei cento anni».

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