Gatti e Botta a Zelbio

Zelbio, paese che ospita la rassegna letteraria Zelbio Cult

“Il luogo dove la nostra fronte sfiora il cielo”. Così Ise Frank e il marito Walter Gropius, architetto fondatore del Bauhaus, la più importante scuola d’arte del Novecento, la descrivono. Sopra Ascona, in Canton Ticino, vicino a Locarno, c’è una collina con vista sul Lago Maggiore.
Popolata da pescatori e contadini, è conosciuta dai locali come Monte Monescia, ma nel 1900 verrà ribattezzata “Monte Verità” e diventerà il luogo dove “sfiorare il cielo” per una variegata colonia di ribelli, anarchici, artisti, nudisti, vegetariani, teosofi, psicanalisti, danzatrici, scrittori, poeti, rivoluzionari – tutti anticapitalisti, antiborghesi, anticlericali – in cerca di un nuovo modello di vita e di società a contatto con la natura.
Chiara Gatti, storica e critica dell’arte, ospite domani sul Lago di Como per la rassegna “Zelbio Cult”, svelerà come questa comunità abbia attratto, nel corso dei decenni, miriadi di pensatori che animarono uno straordinario cenacolo multidisciplinare e globale ante litteram, una vera e propria fucina della controcultura europea: da Hermann Hesse a Paul Klee, da Isadora Duncan a Walter Gropius, fino a Carl Gustav Jung.
“Amore e rivoluzione” l’efficace titolo della serata cui partecipa anche il celebre architetto svizzero Mario Botta che racconterà del legame tra il Monte Verità e l’Accademia di Architettura di Mendrisio, da lui fondata 25 anni fa. Sul palco ci sarà anche Nicoletta Mongini, responsabile Cultura della Fondazione Monte Verità. Lei e Chiara Gatti sono le curatrici di una mostra dedicata proprio alla storia e ai luoghi del Monte Verità che verrà inaugurata a metà novembre al Museo Novecento di Firenze.
Chiara Gatti, il binomio “amore e rivoluzione” può essere d’attualità?
«L’anello di congiunzione è l’utopia di un luogo dove ricongiungersi con la natura, un’utopia concreta, direi, messa in pratica al Monte Verità, che nella mostra di Firenze vorrei venisse colta nel suo straordinario aspetto, appunto, rivoluzionario. Vorremmo sdoganare il Monte Verità non conosciuto o divenuto uno stereotipo di eccentricità, in realtà va celebrato come un pazzesco fulcro di attrazione culturale, una vera comunità culturale in cui prevale interdisciplinarità, tanto invocata oggi, e dove Jung aveva fondato esperienze che sono embrioni di Erasmus ad ampio raggio geografico, non dimentichiamo che qui si radunavano persone da tutta Europa dall’est all’ovest, e che sulle isole di Brissago Joyce scrisse un capitolo dell’Ulisse».
Al centro dell’esperienza del Monte Verità c’è il concetto di “cenacolo” che verrà poi soppiantato da uno sfrenato individualismo.
«È un esempio valido anche oggi, io noto che c’è un ritorno della vita di comunità, soprattutto nell’ottica del recupero di un rapporto con la natura che è ormai antropologicamente necessario; un impulso primigenio, un richiamo ancestrale nel segno di una resilienza che non sia solo un’etichetta un po’ stucchevole. Alla Biennale di Venezia ho visto che parecchi studi hanno lavorato come atelier, come gruppi, sta tramontando la concezione creativa dell’“uomo solo”, c’è l’esigenza di tornare a lavorare come factory come “fabbriceria”, me lo ha detto lo stesso direttore della Biennale che ha notato la presenza di molti collettivi; il modello di “archistar” degli anni Novanta è decaduto, sono venute a galla sinergie fra competenze diverse: architetti che lavorano con gli antropologi, artisti che collaborano con gli scienziati. Ce n’è bisogno».
Proprio la multidisciplinarità è la filosofia della Fondazione Monte Verità istituita nel 1989 dal Canton Ticino e dal Politecnico di Zurigo con un centro congressuale e culturale che ospita eventi di alto livello scientifico.
Di recente, con la conclusione del restauro del “Padiglione Elisarion” – che insieme a Casa Anatta, Casa Selma e Casa dei russi compone il complesso museale del Monte Verità – ha riaperto al pubblico un luogo straordinario dove hanno lasciato un segno alcune tra le personalità più importanti della cultura europea del secolo scorso.

Chiara Gatti è storica e critica dell’arte, è specialista di grafica moderna e contemporanea. L’incontro “Amore e rivoluzione” in programma domani, alle 21.30 al Teatro di Zelbio, avrà come ospiti Chiara Gatti, con interventi dell’architetto ticinese Mario Botta e di Nicoletta Mongini, responsabile Cultura della Fondazione Monte Verità. Modera Armando Besio, ideatore della rassegna. Ingresso libero con prenotazione obbligatoria al sito www.zelbiocult.it.

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