Giochi di confine all’epoca del contrabbando

altCorrono gli ultimi anni Cinquanta. Ponte Chiasso, da “paese” che era, si sta trasformando in un’anonima “metropoli” senz’anima. Chiasso appare la terra promessa, il paese del Bengodi. In dogana passa di tutto: tavolette di cioccolata, sigarette, dadi, caffè, zucchero. Le prime radioline a transistor le trovi in vetrina nei mille negozi di “coloniali” affacciati su corso San Gottardo, appena varcata la frontiera. Ricordo la mia prima Sony; l’acquistai a quindicimila lire e la rivendetti

qualche giorno dopo a un milanese, amico di un mio amico, a ventimila lire…
Il “contrabbando” di piccolo cabotaggio si svolgeva davanti agli occhi comprensivi di commessi e ispettori che controllavano i pedoni e di finanzieri che presidiavano invece il passaggio delle automobili.
Dietro il palazzo della dogana, c’era un grande cortile, lo chiamavamo il “cortile degli americani” perché questi negli ultimi drammatici giorni di guerra vi avevano parcheggiato camion, jeep, moto, perfino carri armati.
Quando i finanzieri in dogana notavano qualcosa di insolito mandavano l’auto sospetta nel cortile degli americani per ispezionarla in “buca”. Così veniva chiamato un garage con un sottofondo nel quale i finanzieri letteralmente smontavano le automobili sospette alla ricerca di merce di contrabbando.
I nascondigli erano i più fantasiosi: dalla ruota di scorta ai sedili, dal doppio fondo a un finto serbatoio… perfino i parafanghi d’oro nascosti sotto un leggero strato di vernice.
Era una guerra all’ultima astuzia quella tra contrabbandieri e finanzieri. Talvolta vincevano le fiamme gialle, talvolta la facevano franca i contrabbandieri.
Fece scalpore e anche molto sorridere quello che accadde un giorno in dogana. Un uomo, ogni mattina, attraversava la frontiera portando sempre un secchio pieno di latte. Avvenne un giorno che un inciampo inopportuno provocò la caduta di quell’uomo e anche del secchio colmo di latte. Ed ecco materializzarsi davanti agli occhi esterrefatti e increduli dei finanzieri, sotto il latte, di orologi svizzeri accuratamente avvolti in una carta impermeabile trasparente.
Un’altra volta accadde un episodio che potrei definire “profumato”. Così me l’ha raccontato un amico. C’era un contadino di Ponte Chiasso che ogni giorno attraversava la dogana con il suo carretto trainato da un cavallo per andare a Chiasso a vendere i prodotti del suo orto e del suo pollaio, galline, polli, conigli, verdure.
Al ritorno da Chiasso i funzionari della dogana ogni volta gli chiedevano che cosa portasse sul carro temendo che trasportasse merce di contrabbando, magari nascosta tra le cassette. Avvenne così che un mattino il “verdureè” riempì una cassetta di “pulina”, ovvero di escrementi di polli, galline e tacchini e la mise sul carro tra le cassette. Il termine “pulina” deriva da “puleè”, che è il pollaio; “pula” la tacchina, “pulun” il tacchino, “pulin” le gallinelle. Al ritorno da Chiasso, alla dogana, l’ispettore gli fece la solita domanda: «Qualcosa da dichiarare? Che cosa c’è in quella cassetta?». Serafico, il verdureè rispose: «Pulina!». Replicò l’ispettore che non conosceva il dialetto comasco: «Che cosa?».
«Pulina, l’è piena de pulina!», ribattè il verdureè. Insistette l’ispettore, temendo di essere preso in giro: «Che cosa c’è in quella cassetta?». Esasperato, il contadino prese allora la cassetta e la rovesciò sul banco.
In breve la dogana fu invasa da uno sgradevole “profumo” di pollaio e altro…
Fortunatamente prevalse il buon senso. Il contadino si scusò del gesto inconsulto, l’ispettore non diede peso all’episodio, unico sgradevole effetto fu il puzzo che per diverse ore ammorbò il bancone della dogana. Fatto è che da quel giorno il contadino poté attraversare indisturbato la frontiera con le sue cassette di frutta, verdura e altro.
La corte dei miracoli, la corte degli americani, era il luogo preferito per i nostri giochi da bambini. Il cortile era costeggiato da una rete metallica, oltre la quale c’era la Svizzera. Partiva la rete da quel cortile e si arrampicava lungo la Maiocca, affiancata da una lunghissima scalinata percorsa di notte dai finanzieri per contrastare i traffici notturni dei contrabbandieri.
Allora si giocava agli indiani e ai cow boy, non poteva mancare la capanna che costruimmo proprio accanto alla rete di confine. Ebbene, un mattino scoprimmo all’interno della nostra capanna un foro nella rete a misura d’uomo; ne approfittammo subito e così ci ritrovammo ad attraversare il confine per gioco. Ben ci guardammo dall’avvertire i finanzieri della scoperta, anche se avevamo tutti intuito che attraverso quel foro nella rete, di notte, si consumavano traffici illeciti. A riprova di ciò trovammo un pacchetto di sigarette, forse caduto di tasca a un contrabbandiere, o forse lasciato per compensarci dell’idea della capanna. Il gioco durò qualche giorno finché avvenne che un poliziotto svizzero ci sorprese a guerreggiare al di là della rete con spade e frecce di legno con i nostri acerrimi e agguerriti amici-nemici di Chiasso. Poche ore dopo la scoperta, due forzuti finanzieri, allertati dai colleghi oltreconfine, sradicarono letteralmente la nostra capanna di rovi, aggiustarono la rete, ci sgridarono, minacciarono di riferire ai nostri genitori l’accaduto.
Pochi giorni e tutto tornò come prima. I finanzieri lungo la scalinata, le auto in buca, la capanna e perfino il “buco” nella rete a misura di bambini e di… contrabbandieri.

Nella foto:
La frontiera tra Como e Chiasso in una cartolina d’epoca della collezione di Enrico Levrini

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