Giornalismo alla prova del virus: vizi e virtù della professione

Intitolazione della biblioteca civica di Como a Paolo Borsellino. Presente la figlia Fiammetta Borsellino. In foto Alessandro Galimberti pres.ord. Giornalisti Lombardia

Tempi di profondi cambiamenti per la professione giornalistica, quelli del Covid. Ne parliamo con il comasco Alessandro Galimberti, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia dal 2017. «Partiamo da un dato – dice Galimberti – Il lockdown ha distaccato gran parte del lavoro giornalistico dalla realtà dei fatti, accelerando un processo di digitalizzazione già in atto. E non è fenomeno da salutare con grande entusiasmo. Il giornalismo non è solo analisi di testi e documenti, è cronaca e il suo ambiente naturale è la realtà, non il computer. Dico quindi che il telelavoro è un elemento su cui vigilare con attenzione, perché la qualità dell’informazione ne risente, e là fuori c’è una pandemia che non sappiamo ancora quanto potrà durare, anche se è chiaro che una volta usciti dal tunnel le cose si riassetteranno in modo diverso da come abbiamo iniziato. Ciò detto, il giornalismo fatto senza vedere e parlare direttamente, scambiando solo dati per via telematica è un fenomeno al quale chi ha a cuore le sorti dell’informazione dovrebbe guardare con viva preoccupazione, anche se alcuni adoratori della Rete e soloni della tastiera pronti a criticare il nostro operato affermano il contrario. Secondo me invece dobbiamo tutti vigilare perché non si cristallizzi in questa forma, che limita la capacità di penetrazione nella realtà propria del sano giornalismo».
«La pandemia – prosegue Galimberti – ha modificato profondamente le abitudini della professione ed esposto a nuovi rischi: nostro compito è capire bene le cose che vogliamo spiegare in modo chiaro ai lettori e in questo il 2020 non ci ha affatto aiutato: un virus nuovo, dove i primi a non capire sono stati gli scienziati. Il giornalismo si è dovuto confrontare con i propri limiti. Non ha indagato ad esempio a sufficienza e in modo analitico e critico sulla filiera dei dati, sui metodi statistici impiegati per produrli e comunicarli».
«Il nostro faro, la “Carta di Perugia” del 1995 sui diritti del malato è stata messa alla prova con il coronavirus – dice Galimberti – Abbiamo dovuto confrontarci sul campo con cose che non conoscevamo e specie a inizio pandemia abbiamo compreso che alcuni precetti deontologici non erano saldissimi: il diritto alla privacy e al rispetto della propria immagine, ad esempio. In alcuni casi abbiamo toccato il limite. Ricordo un servizio tv a inizio pandemia in cui si è sfiorata la lesione massiva dei diritti della privacy del malato. Ma è stato un caso limite utile a far capire il precipizio su cui eravamo affacciati, a far capire il tunnel in cui stavamo entrando. Era giusto un anno fa. Ci sono stati casi assai meno edificanti, in cui foto scattate all’interno di reparti di pronto soccorso sono state diffuse con intenti speculativi, con pazienti riconoscibili abbandonati su barelle. Un altro aspetto su cui si è toccata con mano la fragilità del giornalismo è il rapporto con i farmaci: ci eravamo tutti raccomandati la massima prudenza nel dare notizia di terapie e rimedi per non ingenerare false aspettative dopo le controversie sul caso della cura antitumore del professor Luigi Di Bella, mentre con la pandemia si è dato ampio spazio mediatico a rimedi dubbi come la clorochina, ad esempio. Una malattia nuova come il Covid avrebbe richiesto ben maggiori dosi di selettività e prudenza da parte dei giornalisti, è del tutto fuor di dubbio».
E il ruolo sociale dei media come esce da questa esperienza? «Ci ha insegnato quanto sia prezioso – dice il presidente dell’ordine professionale lombardo – poter fare affidamento su una informazione professionale, che si allontani dal credulonismo tipico della Rete. Dobbiamo saper fare tesoro dei nostri errori: non siamo sempre stati degni depositari ed eredi di questo modello alto di giornalismo: la pandemia è stata anche una “infodemia”. Certo, abbiamo assistito a fenomeni che lasciano ben sperare. nel primo lockdown la stampa cartacea ha fatto segnare numeri positivi e non accadeva da un decennio, ricordo che come Ordine abbiamo su richiesta degli abitanti di Lodi chiesto al prefetto di aprire la zona rossa per la consegna dei giornali, che era fortemente richiesta dalla popolazione. Non bastavano le notizie via tv e web che pure hanno registrato picchi di ascolto e accessi notevoli. Per contro, i ricavi pubblicitari sono calati. E allora con la pandemia emerge l’altro vero problema drammaticamente serio su cui insisto da anni: regolamentare il web che depreda i contenuti prodotti dai giornalisti e dagli editori e toglie loro ossigeno. I grandi “indicizzatori” di dati sulla rete come Google e Facebook in varie parti del mondo, penso ad Australia e Francia, sono scesi a patti con accordi specifici per riconoscere utili a chi produce notizie poi sfruttate dal web. Senza contare chi viola apertamente il diritto d’autore diffondendo in formato Pdf i giornali online: la tutela del diritto d’autore è una battaglia di civiltà, checché ne dicano i soloni difensori della libertà assoluta della Rete, e attendo che l’Italia recepisca la direttiva europea sul copyright del 2019 che parla proprio di questo. C’è poco tempo, va fatto entro metà giugno prossimo. È un testo fondamentale, che obbliga i grandi intermediari di contenuti sulla Rete a concludere rapporti contrattuali con i produttori di contenuti. Solo così, e non con l’assistenzialismo, l’informazione può avere un ruolo economico nel mercato».

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