GIUSTIZIA ED ETICA MONDI PARALLELI

di LORENZO MORANDOTTI

Un caso comasco su cui interrogarsi

Fino all’ultimo grado di giudizio, in questo Paese, vale ancora per tutti la garanzia della “presunzione d’innocenza”. Ma a nessuno può essere vietato d’interrogarsi sulle contraddizioni in cui rischiano di incappare due “vite parallele” sempre e comunque intrecciate: da una parte la giustizia, dall’altra gli uomini che compongono, ciascuno facendo volente o nolente la propria parte, la società civile.  Emanuele Perino, 23enne di Cabiate, condannato in primo grado a fine 2009 a 12 anni di pena per i due colpi di arma da fuoco esplosi nella serata del 10 gennaio del 2009, con cui tentò di togliere la vita a Vincenzo Di Maso, padre della ragazza che l’aveva denunciato per presunte molestie,  si è visto scontare la pena di due anni dai giudici di secondo grado. E fin qui nulla da dire, si tratterebbe di un passaggio appartenente alla ordinaria amministrazione giurisprudenziale.

Se non che la vicenda di fronte ai giudici meneghini dell’Appello,  è stata giudicata attraverso la cartina al tornasole delle perizie psichiatriche. Milano non ha  ritenuto sufficiente la prima consulenza, quella disposta in primo grado dalla Procura di Como, che definì il ragazzo lariano «parzialmente incapace di intendere e di volere» (determinante per la condanna a 12 anni) disponendone una nuova. L’ulteriore analisi sulla psiche  dell’imputato in occasione della prova d’appello ha confermato l’incapacità «parziale» d’intendere e di volere, aggiungendo tuttavia l’«incompatibilità» di Emanuele Perino con il  regime penitenziario.
L’uomo ora, infatti, si trova in un ospedale psichiatrico a Reggio Emilia.  E l’avvocato che lo difende, Luisa Bordeaux, ha già preannunciato l’ulteriore ricorso in Cassazione. La questione  è spinosa. Perché Emanuele Perino era già stato condannato per una precedente violenza sessuale. Ma era uscito dal carcere per  i suoi disturbi psichici. Il modo con cui una società gestisce il problema dei soggetti potenzialmente pericolosi, che non sono adeguatamente sorvegliati o sottoposti a misure cautelari, descrive e determina la misura del suo grado di civiltà, incarnato dalla tutela di valori come la sicurezza e la possibilità di una civile convivenza. Un tema grave che meriterebbe più fronti di dibattito e che esige, in un Paese che si ritiene nonostante tutto moderno, una soluzione. Sia chiaro, forze dell’ordine e magistratura agiscono secondo la legge, la cui applicazione chiede sempre e comunque  rispetto assoluto. Il problema che casi come quello di Perino pongono alla ribalta è però altrettanto urgente: sarebbe il caso di disegnare un nuovo panorama normativo che permetta di evitare che si ripetano episodi di questo tipo e soprattutto, non sia mai, il precipitare in un nuovo Medioevo di barbarie e giustizia sommaria o preventiva in cui il diverso è, in quanto tale, passibile di esorcismo. Gli italiani chiedono una cosa semplice e dovuta come la  certezza della pena. Ma in un Paese come questo, che ha il primato europeo di cause pendenti (3 milioni 688mila, dato  Censis), rischia di essere una chimera tutta kafkiana.

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