Giustizia, i verdetti non sono opinioni

Il convegno sulla strage di Erba
Jean Calas, Alfred Dreyfus, Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora. Uomini giudicati responsabili di crimini efferati ma in realtà privi di colpa. Uomini diventati simboli dell’errore (e dell’orrore) giudiziario grazie ad altri uomini, coloro cioè che ne hanno scritto la tragica storia.
Dreyfus fu il protagonista dell’Affaire di Émile Zola, Piazza e Mora gli untori della Colonna infame di Manzoni, Calas invece il negoziante calvinista protagonista del Trattato sulla Tolleranza di Voltaire

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Tre esempi – i più macroscopici – di un elemento essenziale del funzionamento della giustizia. Ovvero, il fatto che il verdetto dei Tribunali è tanto più efficace quanto più si rende libero dalla necessità di scoprire immediatamente, e a tutti i costi, un colpevole.
I tempi lunghi (non biblici, ovviamente) della giustizia possono essere talvolta garanzia di maggiore serenità di giudizio. E la riflessione a posteriori sui fatti può aiutare anche a fare luce negli angoli bui delle vicende più torve e drammatiche.
Forse è con questo spirito che oggi, a Milano, la difesa di Olindo Romano e Rosa Bazzi ha organizzato un convegno sulla strage di Erba.
Un convegno sufficientemente lontano dai fatti in discussione – oltre 4 anni – ma troppo a ridosso del giudizio della Corte di Cassazione, fissato com’è noto per il 3 maggio prossimo, a Roma.
Anche il sottotitolo della giornata di studi, alla quale dovrebbero partecipare criminologi, psicologi e studiosi del diritto, è indicativo delle intenzioni dei promotori: «Giustizia è fatta?».
L’impressione, chiara, è che il convegno voglia riaprire il caso. Fare pressione sull’opinione pubblica, incidere sulle scelte della Suprema Corte.
L’approfondimento scientifico, l’analisi delle cause, l’esplorazione di possibili alternative è ovviamente legittimo. Ma sarebbe sbagliato se trasformasse (o intendesse trasformare) il verdetto delle Corti d’Assise in “ipotesi”, “opinioni”.
La giustizia esiste per condannare e punire i colpevoli, non altro.
Certamente, non per accertare la dinamica delle intenzioni o delle probabilità. L’azione della giustizia giudicante ha quindi senso soltanto se viene individuato, al di là di ogni ragionevole dubbio, chi ha commesso i fatti oggetto di reato.
Olindo Romano e Rosa Bazzi non sono vittime del sistema giudiziario.
Non sono paragonabili a Dreyfus o a Calas. Non sono untori presi di mira dalla folla in tempi di peste. Le prove della loro colpevolezza sono state confermate in due gradi di giudizio. Se ne può e se ne deve parlare, ma nella giusta misura. Anche nel rispetto delle vittime.

DARIO CAMPIONE

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