Gli affari della società civile con la mafia. Quando le vittime non sono “innocenti”

altIl gip: «Evitare che il linguaggio crei una realtà inesistente»
I luoghi comuni sono i più duri da battere. Insidiosi. Ingannevoli. Ma resistenti. E durevoli. Talvolta così solidi da diventare verità. E quando si parla di luoghi comuni, tutto ciò che concerne la criminalità organizzata rientra a pieno titolo nel novero delle questioni da trattare con molta accortezza e senza pregiudizi.
Una conferma di questo assunto giunge proprio dalle oltre 800 pagine dell’ordinanza del gip Simone Luerti. Un documento che, in alcuni passaggi, può a ragione definirsi sconvolgente.

Ad esempio, quando tratteggia i rapporti tra società civile e malavita mafiosa. Con la prima ritenuta – a torto – sempre innocente. «Le indagini condotte dalla Dda di Milano – scrive il magistrato del Tribunale ambrosiano – hanno permesso di sfatare uno dei luoghi comuni più frequenti in tema di criminalità organizzata calabrese in Lombardia. Spesso si parla di “infiltrazione” della ’ndrangheta nell’economia legale e il termine fornisce l’idea di una penetrazione di qualcosa di negativo all’interno di un tessuto sano, una sorta di attacco dall’esterno nei confronti di una realtà che prova inutilmente a resistere».
Un quadro elegiaco. Che non corrisponde minimamente alla realtà. «Il termine infiltrazione – scrive ancora Luerti – presuppone una sorta di verginità e purezza del tessuto sociale aggredito e una valutazione negativa dell’aggressore. Scontata quest’ultima, la pretesa purezza del destinatario dell’aggressione è una sorta di baconiano idolum fori che va sfatato. In altri termini, il concetto di infiltrazione potrebbe avere avuto una sorta di effetto catartico e autoassolutorio per la società civile, dipinta come vittima di una specie di generalizzata estorsione».
Cattivi contro buoni è un canovaccio da western d’altri tempi, una trama che può andar bene nelle fiction di lunga durata ma non nella realtà vera. Quella realtà, si legge nell’ordinanza dell’operazione “Insubria”, «che emerge dalle indagini» e si palesa «ben diversa».
E così, anche per compiere una operazione di verità lessicale, per non farsi cioè travolgere appunto dai luoghi comuni ed «evitare che il linguaggio crei» un mondo che semplicemente non esiste, dice il giudice Luerti, «è bene fare chiarezza»: le investigazioni condotte in Lombardia nell’ambito di tutte le più recenti indagini sulla ’ndrangheta (vale a dire, tra le altre, “Infinito”, “Blue Call”, “Valle-Lampada”, “Caposaldo”) «dimostrano che l’imprenditoria non si limita a subire la ’ndrangheta, ma fa affari con la stessa, spesso prendendo l’iniziativa per il contatto con la criminalità organizzata e ricavandone (momentanei) vantaggi. Se questo è il referente criminologico consegnato dalle indagini fmo ad oggi condotte dalla Dda di Milano – dice Luerti – ne deriva» una verità probabilmente dura da digerire ma che dovrebbe far riflettere chi si ostina a dipingere la società civile a tinte pastello: «Difficilmente – afferma il magistrato – l’imprenditore che entra in rapporti con la ’ndrangheta può presentarsi come vittima».

Da. C.

Nella foto:
Un momento della lunga conferenza stampa della Dda milanese sull’operazione “Insubria”

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.