Gli indagati avvisati dell’indagine in corso «È il pm più brutto che ci sia a Como»

Un primo scontro a distanza tra accusa e difesa – all’insaputa degli indagati – c’era già stato in fase di indagine e di… intercettazioni. Elemento (tra l’altro) su cui la Procura vuole vederci chiaro. Perché ci sarebbe stata una fuga di notizie che avrebbe “avvisato” gli arrestati del fascicolo aperto su di loro. «Mi è stato detto da fonte molto… abbastanza certa di Milano, che quello che mi è successo è dovuto a questo». A parlare è l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate di Como, trasferito a Varese proprio in seguito a un esposto sul suo conto che era stato presentato in Procura. Al centro dell’attenzione, i rapporti che Roberto Leoni intratteneva con i commercialisti comaschi.
Ed è proprio Leoni a parlare della vicenda con Antonio Pennestrì, senza sapere ovviamente di essere intercettato. Ma i due vanno oltre, confrontandosi sull’indagine e sul sostituto procuratore che avrebbe in mano il fascicolo su di loro. Il nome, scopriranno a loro spese al momento dell’esecuzione delle ordinanze, è giusto: quello del pubblico ministero Pasquale Addesso. «Sì, è un brutto personaggio, il procuratore più brutto che ci sia a Como», dice Pennestrì. «Ha scritto (riferito al funzionario che avrebbe presentato l’esposto, ndr) che ho fatto mascalzonate, atti illegittimi, comportamenti illegittimi, tutta roba poi…».
La fuga di notizie aveva insomma “consegnato” nelle mani degli interessati un messaggio vero: a Como era in corso una indagine a carico dell’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, riguardante i suoi rapporti con i commercialisti, e pure il nome del magistrato incaricato era giusto. Una vicenda che la Procura intende approfondire, ma che non era stata sufficiente a fermare – sempre secondo quanto sostenuto dall’accusa nell’ordinanza – le trame tra i personaggi interessati alla vicenda. Lo spostamento di Leoni da Como a Varese, infatti, è del 1° gennaio 2019, mentre gli atti contestati agli arrestati sono del periodo compreso tra il mese di marzo e quello di aprile sempre del 2019. Evidentemente le parti in causa – intercettate anche all’interno di bar e ristoranti del centro storico – pensavano fosse sufficiente accordarsi su quello che nel caso avrebbero dovuto riferire a chi li interrogava.
«Se dovessero un giorno venire, noi ci siamo conosciuti andando a correre per smaltire la pancia», dice il funzionario dell’Agenzia a Stefano Pennestrì, a sua volta informato dal padre dell’indagine in corso. C’è un ulteriore elemento. Secondo la guardia di finanza di Como (Nucleo di polizia economico finanziaria) gli indagati erano pronti ad “esportare” il sistema anche nella provincia accanto. «Ascoltami, ma tu su Varese?», dice l’ex direttore ad Antonio Pennestrì. «Io non ho nessuno». «Ci arriviamo man per mano…». Un tentativo – per l’accusa – di ricreare quel presunto mix malato di funzioni pubbliche e interessi privati che aveva lo scopo di proteggere i numerosi clienti dello studio posto nel centro di Como, a due passi da quel Tribunale e da quella Procura che per mesi hanno passato al setaccio i racconti e le azioni di ciò che avveniva nel tentativo – ancora in corso – di dare un nome e un cognome agli attori di quel presunto sistema.

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