Antonio Pennestrì in carcere: l’appartenenza alla Massoneria tra i rischi valutati dai magistrati

Antonio_Pennestrì

Nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di Antonio Pennestrì, arrestato martedì mattina con le ipotesi di reato di corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio, tra le motivazioni per la necessità della massima custodia possibile – quella detentiva appunto – compare anche un lungo riferimento alla stabile appartenenza del commercialista alla loggia massonica del “Grande Oriente d’Italia”.
Elemento che sottolinea – secondo il giudice delle indagini preliminari di Como – il forte «circuito relazionale in cui l’indagato è inserito» e che ne faciliterebbe una eventuale reiterazione del reato.
A tal proposito, nelle richieste del pubblico ministero Pasquale Addesso al gip Maria Luisa Lo Gatto, compare anche una lunga intercettazione in cui è lo stesso Pennestrì a sottolineare – proprio nell’ambito di questi incontri massonici – di aver conosciuto un capo dei controlli di un’Agenzia delle Entrate attivo in Lombardia cui avrebbe consigliato di trasferirsi a Como: «Ci siamo fermati a parlare – dice Pennestrì al figlio Stefano, anche quest’ultimo arrestato con le stesse ipotesi di reato – Ha detto che se per caso dovesse essere trasferito… vorrebbe Como».
Ed è lo stesso commercialista – intercettato nel corso delle indagini della guardia di finanza lariana – ad ammettere l’appartenenza alla loggia massonica entrando – con un interlocutore con cui sta dialogando – anche nel dettaglio di come avviene la vita del massone nella città di Como. «Comunque l’impegno non è eccessivo», dice Antonio Pennestrì. Si tratterebbe infatti di due martedì sera al mese.
«Diventerai apprendista – prosegue il commercialista – ti troverai alle sette e un quarto per allestire il tempio». E nel tempio tutti dovranno stare in silenzio, in attesa che venga data loro la parola per intervenire. «Tutti meno voi apprendisti per un paio di anni». Poi tutti a tavola, dove si è tutti amici. «Tu sei apprendista e io un vecchio Maestro? Non conta». E si parla di sport, di politica, «e ridiamo…».
Pennestrì, il più anziano della loggia massonica di Como (a suo dire), descrive anche i tempi e la chiusura delle serate. I lavori finiscono infatti prima delle dieci e per le undici tutti a casa. Sono due martedì al mese, «con un martedì solo a luglio e uno solo a settembre», mentre ad agosto tutto è fermo. «Però quando sei dentro ti rilassi, vedrai tanti fratelli con cui puoi scambiare… la fratellanza». Chiunque, secondo il racconto di Pennestrì rivolto all’interlocutore evidentemente interessato ad accedere al “Grande Oriente d’Italia”, ha il diritto di fare il proprio cammino massonico. Poi però, «se non sei degno te ne vai o ti mandiamo via».
Secondo i magistrati comaschi, questo essere inserito nella massoneria, per quanto riguarda la posizione di Antonio Pennestrì, sarebbe un ulteriore elemento in grado di «facilitare il compimento di reati corruttivi». Ed in tale contesto viene inserito – nella ricostruzione accusatoria – il contatto avvenuto, nell’ambito delle attività massoniche, con il capo dei controlli di un’altra Agenzia delle Entrate.
Da qui, assieme ad altre importanti motivazioni – tra cui il profilo personale dell’indagato e i suoi precedenti, ma anche il pericolo di interferire con le indagini in corso che dovranno verificare tutti gli altri rapporti lavorativi dello studio – giungono le esigenze che hanno portato il noto professionista, nonostante l’età avanzata (78 anni) a finire in carcere.
Richiesta formalizzata dal pubblico ministero e accolta dal giudice delle indagini preliminari.

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