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Gli ingranaggi dello Stato e il diritto alla sicurezza

di Agostino Clerici

Sono tornati nella loro casa di Lanciano i coniugi Martelli, vittime di una brutale aggressione notturna alcuni giorni fa. Lui ha sempre manifestato una grande calma nel rispondere alle domande dei giornalisti. Calma, ma anche fermezza. C’è chi si meraviglia che sia tornato subito con la moglie tra le mura domestiche. «Quella è la nostra casa – risponde, sicuro di sé – l’abbiamo realizzata su misura per nostro figlio disabile, senza barriere architettoniche. Cercherò di renderla un po’ più sicura. Ma io la pistola non me la compro. Averla significa essere disposti ad usarla e un cittadino normale non lo è. È lo Stato che deve difenderci».

Già, è questa fantomatica realtà complessa che va sotto il nome di Stato che deve difendere milioni di cittadini normali. È un’impresa titanica, perché purtroppo di disgraziati come quelli che hanno compiuto l’aggressione di Lanciano ce ne sono in circolazione ancora tanti. Carlo Martelli dice: non è la mia pistola, ma è lo Stato che deve difendermi. Ha ragione. “Lo Stato siamo noi”, recita uno slogan che sembra uscito dal libro Cuore. Va bene per l’ora di educazione civica a scuola o per la festa della Repubblica. Ma qui è fuori luogo, è troppo generico. Lo Stato a cui fa riferimento Carlo Martelli è una somma di persone ben precise, che devono lavorare insieme in diversi ambiti istituzionali per raggiungere uno scopo comune. Mi sembra di vedere, invece, troppa disunione tra i livelli in cui può essere suddivisa la comune responsabilità dello Stato per garantire la sicurezza dei cittadini.

Il piano investigativo è fondamentale per l’individuazione e l’arresto dei responsabili degli atti criminosi: nel caso di Lanciano sono bastati pochi giorni per assicurare alla giustizia i quattro rumeni che sono sospettati di essere gli autori materiali dell’aggressione. Ho detto: assicurare alla giustizia. Le forze dell’ordine consegnano il loro lavoro alla macchina della giustizia, che poi si muove secondo meccanismi di garanzia per le vittime e anche per gli stessi indagati. Questo ingranaggio – lo sappiamo – è spesso lento e non esente da sorprese giudiziarie. L’opinione pubblica invoca a gran voce la certezza della pena come unico indennizzo dell’offesa subita e come garanzia che chi ha sbagliato paghi effettivamente con la detenzione il male che ha commesso e che spesso – pensiamo ad un omicidio – non può più essere risarcito.

Purtroppo, le cronache ci parlano di scarcerazioni anticipate per benefici di legge che hanno esposto nuovamente i cittadini al rischio di subire le intemperanze di personaggi che in carcere non hanno evidentemente imboccato una via di ravvedimento. E questo ci porta a comprendere quanto siano importanti altri due livelli che competono allo Stato in difesa dei cittadini. Uno è il piano legislativo ed esecutivo dell’ordinamento politico: se le regole sono confuse, il gioco è disordinato e rischia d’essere nelle mani dei violenti e dei furbi. L’altro piano è quello rieducativo: anche questo fa parte della “pistola” che lo Stato deve usare per difendere i cittadini. Se la pena è incerta, però, inattuabile è anche la rieducazione che con essa si potrebbe ottenere.

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