Gli ultras armati figli del “tutti contro tutti” sono anche difesi e coccolati da qualcuno

Risponde
Agostino Clerici

Sono rimasto impressionato dalla fotografia delle armi ritrovate in una borsa vicino allo stadio Sinigaglia: un vero e proprio arsenale. Sappiamo che la contesa sportiva è un po’ una metafora della guerra, ma non in senso così stretto e, in realtà, niente affatto metaforico. Non riesco a immaginare chi e perché si prepari a salire sugli spalti per assistere a una partita di calcio come in un assalto all’arma bianca. Lo trovo inquietante e rimpiango le foto degli anni Cinquanta, quando intere famiglie andavano in curva e talvolta seguivano la propria squadra anche in trasferta mettendosi l’abito della festa. Cosa mi sono perso strada facendo?

  I cosiddetti “ultras” cominciarono a muovere i primi passi come gruppi organizzati proprio negli anni Cinquanta, ma all’inizio si trattava di un fenomeno coreografico che colorava gli spalti domenicali nel tempo in cui la tv era ancora in bianco e nero e le partite si ascoltavano con la radiolina. Solo negli anni Settanta si assiste ad un progressivo imbarbarimento del tifo calcistico, che si alimenta nel clima di violenza sociale innescato dal terrorismo. Dopo la fine degli anni di piombo, si può dire che lo stadio – che nel frattempo si è svuotato sempre più di tifosi, soppiantato dalle dirette televisive ad ogni ora della settimana – è diventato una delle valvole di sfogo di quei focolai di violenza che non di rado sono accesi da micce ideologiche. Il legame con la squadra del cuore è un banale alibi per fare cagnara, per distruggere, picchiare, urlare e prendersela con i “supporter” della squadra avversaria e con le forze dell’ordine. In questo contesto, il ritrovamento del borsone pieno di coltelli, bastoni, punteruoli da cantiere e addirittura un’ascia, può certo lasciare impressionati, ma non è affatto un fenomeno sconosciuto ed inspiegabile, nemmeno per una piccola città di provincia come Como. È un episodio inquietante e foriero di possibili esiti tragici, certo, eppure l’armamentario degli “ultras” del calcio va letto come un capitolo – purtroppo settimanale – di quella violenza serpeggiante nel nostro Paese, non di rado aizzata da qualche sconsiderato personaggio che calca le piazze. Credo che il clima del “tutti contro tutti”, in cui per forza uno deve essere avversario dell’altro, generi inevitabilmente tensioni e insoddisfazioni, che sfociano in malumore e protesta civile quando le persone sono in grado di elaborare la rabbia, ma trovano anche soggetti fragili o coscienze deformate che imboccano invece la strada della violenza, cieca e gratuita. E il calcio diventa una facile occasione per sfogare i propri istinti repressi. Sono d’accordo con il lettore. Tutto ciò è inquietante, anche perché sottrae le poche forze (dell’ordine) che potrebbero (e dovrebbero) essere usate per fronteggiare ben altri fenomeni di delinquenza, inchiodandole ad un massiccio servizio oneroso e rischioso, per controllare ogni fine settimana decine e decine di partite di calcio. A me ha colpito la fotografia dei due – sì, proprio soltanto due – tifosi veneziani presenti allo stadio Sinigaglia domenica 1° dicembre per la partita Como-Venezia: isolati nel settore ospiti, protetti a vista, in un dispendioso gioco che non è il calcio, purtroppo… Quando poi il nostro ministro degli esteri Emma Bonino, se la prende col suo collega polacco Simkiewicz, colpevole di aver chiamato “banditi” e “teppisti” quegli “ultras” laziali arrestati per episodi di violenza prima di una partita di Uefa League, allora si tocca proprio il fondo, addirittura istituzionale. Come avrebbe dovuto chiamarli? “Bravi ragazzi”? Come si vede, il guaio nostro è che certi frequentatori violenti degli stadi sono pure difesi e coccolati, e non solo dalla mamma…

Angelo

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