Hikikomori, sono decine i casi nel Comasco

L'immagine di una stanza di un hikikomori

Rifiutano la società e vivono segregati in casa. Il fenomeno, nato in Giappone, colpisce i giovani già dai 13 anni

Hikikomori, il fenomeno in arrivo dal Sol Levante è purtroppo una preoccupante realtà anche in provincia di Como.
L’allontanamento volontario e non trattabile dalla vita sociale da parte di giovani che – delusi dal confronto con il mondo che li circonda – decidono di segregarsi nella loro stanza, cresce in maniera inarrestabile. Oltre centomila i casi in Italia, superata quota 100 nel comasco.

Si tratta di giovani – l’età è solitamente compresa tra i 13 e i 20 anni (anche se ci sono casi di età superiore, fino ad arrivare ai 30 anni) – che salutano la realtà, fatta di appuntamenti con la scuola, dove doversi confrontare con i compagni, attività sportive ed extra scolastiche e ogni altra forma di convivenza sociale, per ritirarsi (l’espressione hikikomori in giapponese significa “stare in disparte”) nella propria abitazione. Unico canale di comunicazione con l’esterno, nei casi meno gravi, il web. Nei casi più difficili invece l’accesso al computer, strumento sempre presente in queste situazioni, è solo per perdersi nei meandri dei giochi o per raccogliere informazioni della natura più svariata.

«Questa finestra virtuale è per noi un aspetto positivo. Perchè proprio da lì passano, oltre che dalle visite a casa, i primi contatti e gli stimoli necessari per entrare in sintonia con il ragazzo», spiega Patrizia Conti, direttrice dell’unità operativa di neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza sempre del Sant’Anna. «Anche noi abbiamo avuto e abbiamo in cura diversi casi sul territorio provinciale. Diverse decine. Dopo i primi 6 mesi di assenza dalla vita reale siamo in presenza di un forte disagio, tipico del’hikikomori.

Il più delle volte questo mettersi in disparte ha come prima conseguenza il ritiro dalla scuola da parte del giovane, oltre che l’annullamento della propria vita sociale – spiega Patrizia Conti – A noi si rivolgono i genitori, spaventati e bisognosi di avere informazioni, di capire cosa stia succedendo. Il nostro approccio allora deve essere su più livelli per creare un percorso di recupero per il giovane». Solitamente, in base ai dati più recenti, i casi più frequenti di hikikomori hanno una durata che oscilla tra 1 e 3 anni. Ci sono poi situazioni più gravi che superano anche gli 8 anni. «In prevalenza il fenomeno interessa, anche se non c’è una casistica definita, i ragazzi. Decisivo è operare da un lato con i genitori che devono essere parte integrante del percorso di recupero e dall’altro con le scuole che si dimostrano sempre più disponibili. Gli istituti comprendono e approntano programmi che possano andare in sintonia con la situazione». Diversi i casi nel comasco, oltre il centinaio come detto.

«Ho visto e vedo anche ora fattispecie diverse. Da un ragazzo che si isolava da tutto e da tutti ma che continuava a eseguire ricerche spasmodiche sul web di auto d’epoca (e questo è stato un canale per entrare in contatto), fino al caso recente di un giovane che si è ritirato dalla scuola media, è rimasto isolato anche per tutto il periodo delle superiori – durante il quale però con il sostegno dell’istituto che aveva deciso di frequentare ha concluso il corso di studio – e alla fine si è iscritto e ora va all’università. Si tratta di situazioni delicate che possono spesso portare a delle ricadute ma il fatto di tornare a uscire è un passo decisivo», chiude la dottoressa Conti.

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