I drammi degli esodati lariani. «Lasciati senza reddito nè futuro»

forneroAngoscia e lacrime nei racconti di chi è stato tristemente beffato Le loro storie riemergono con prepotenza dal dimenticatoio in cui erano state abbandonate. Racconti agghiaccianti di persone rimaste in mezzo a un guado senza la possibilità di raggiungere la metaforica riva. 

Sono gli  “esodati”, che in provincia di Como superano quota mille. Le testimonianze sono

sconvolgenti e il loro futuro, per chi è ormai rimasto senza un reddito e con il miraggio della pensione allontanato all’improvviso, appare sempre più incerto.
Ieri mattina, nella sede della Cgil si è tornati a parlare della loro condizione. Del limbo in cui sono stati cacciati. Va innanzitutto ricordato come il termine “esodato” si riferisca a chi è stato incentivato a lasciare volontariamente il posto di lavoro – a volte perché l’azienda era in crisi – con la prospettiva di una copertura economica. Che fosse mobilità, assegno di disoccupazione o cassa integrazione, comunque prospettando l’applicazione di un mezzo economico in grado di accompagnare la persona fino alla soglia della pensione. Con l’ultima riforma previdenziale del ministro Fornero, però, l’età pensionabile è stata innalzata, andando così a sconvolgere tutti i conteggi per definire l’età pensionabile dei lavoratori. Si parla di oltre 330mila casi in Italia di persone rimaste senza stipendio, ammortizzatori né pensione.
«Sono pronta a fare lo sciopero della fame. Abbiamo bisogno di un intervento rapido – dice un’affranta Anna Verrillo, in queste condizioni dopo aver versato 40 anni di contributi – A oggi ancora non so cosa sarà di me. Quando e se potrò godere della pensione. Ho una figlia all’università. Avevamo fatto un programma che ora dovremo rivedere. Io ormai da un anno sono senza reddito. Mio marito è in pensione. Il supporto degli ammortizzatori sociali si è esaurito, i risparmi stanno finendo».
È un vero e proprio grido d’allarme quello lanciato ieri mattina. «Ho 57 anni e ho versato contributi per 36 – racconta Roberto Coppa, 57enne di Luisago – Sono uscito dall’azienda nel novembre 2009, nel corso di una riorganizzazione. Dovevo andare in pensione con 40 anni di contributi, quindi nel 2014. Ma grazie alla legge Fornero ora non se ne parla fino a febbraio 2017. Ho usato i 3 anni di mobilità previsti dall’accordo con l’azienda in fase di uscita facendo i miei calcoli per arrivare alla pensione. Ma ora tutto è andato in fumo. Cosa faccio? Ho una figlia che studia. Sto cercando di tirare avanti ma a stento». Voci cariche di preoccupazione ma sempre e comunque dignitose.
Si parla in tutti i casi di persone che hanno alle spalle oltre 30 anni di contributi. Voci ansiose soprattutto per il futuro dei figli. «Ho versato ben 41 anni di contributi – dice Celestina Nascimbeni – Dovevo andare in pensione a luglio 2013 ma ora forse se ne riparlerà  a maggio del 2014. Francamente non so più cosa fare. Per fortuna non ho figli a carico ma così non si vive bene. Mio marito è in pensione e facciamo fatica». Quello che chiedono a gran voce è di sapere quanto prima cosa sarà di loro.
«In base alle vecchie regole, aspettavo di andare in pensione ad aprile del 2014. Poi il ciclone Fornero ha ribaltato tutto. E ora non so più quando toccherà a me. A novembre  avrò 40 anni di lavoro sulle spalle. Inizio a perdere la fiducia», interviene Antonella Lambrughi, che non riesce a trattenere le lacrime.

Fabrizio Barabesi

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