I frontalieri adesso hanno paura, sui social è rivolta. E il sindacato ticinese denuncia: dormitori abusivi

Frontalieri Valico Brogeda

«Che cosa aspettate a fare come l’Italia?». Sui più importanti gruppi social i frontalieri non nascondono più la loro paura. E chiedono al governo ticinese di intervenire subito. Adottando le stesse misure in vigore nel nostro Paese da qualche giorno.
C’è sgomento, tra chi lavora in Ticino. I segnali che provengono dalle autorità di Bellinzona non sono univoci. E non basta certo la decisione del Fox Town di chiudere sino al 29 marzo per placare la protesta.
Ancora tre giorni fa l’Associazione delle imprese ticinesi (Aiti), ripeteva di non «essere favorevole alla chiusura delle frontiere, tanto più che il Coronavirus è già presente alle nostre latitudini». Un’affermazione sorprendente, che ieri è stata in parte mitigata dall’invito rivolto agli associati di «ridurre nella misura massima possibile la presenza delle lavoratrici e dei lavoratori in azienda». E tuttavia, le fabbriche ticinesi funzionano tuttora a pieno regime, e i frontalieri che ogni giorno devono varcare la dogana sono decine di migliaia.
Una situazione quasi insostenibile, che ieri ha mosso la politica sia a livello nazionale sia a livello locale. Il senatore varesino del Partito Democratico, Alessandro Alfieri, ha fatto sapere di essersi attivato affinché «in Canton Ticino ci siano le stesse misure adottate in Italia, unico modo per poter collaborare in maniera efficace al contenimento del virus. Sia direttamente, sia tramite il ministero degli Affari esteri, che ha dimostrato pronta disponibilità, abbiamo chiesto di intervenire per evitare il pernottamento “forzato” dei frontalieri italiani in Svizzera, per armonizzare le misure restrittive e i protocolli di sicurezza per il contenimento del virus e per vigilare che non si proceda a licenziamenti nelle attività non essenziali che dovessero essere temporaneamente chiuse. Siamo fiduciosi che le risposte arriveranno in tempi brevi – ha aggiunto Alfieri – in uno spirito di leale collaborazione, necessario e fondamentale per vincere una sfida così complessa».
L’Ocst attacca
A proposito dei «pernottamenti forzati», è stato il sindacato cattolico ticinese (Ocst) a denunciare ieri con un comunicato del segretario cantonale Renato Ricciardi una «situazione che sta in queste ore degenerando. In troppi stanno purtroppo esprimendo una totale mancanza di umanità e di senso della realtà – ha detto Ricciardi – Ci riferiamo, in particolare, alle numerose aziende che in queste ore stanno mettendo in piedi dormitori improvvisati per i lavoratori frontalieri; cose che non sarebbero accettabili in condizioni normali e men che meno in una situazione di seria emergenza sanitaria. A queste si aggiungono richieste di non lasciare il cantone nel prossimo mese, e aziende che prenotano alberghi per i lavoratori chiedendo loro di contribuire alle spese. Sono prevaricazioni che disgustano». L’Ocst si dice pronta a «denunciare queste situazioni, oltre che pubblicamente come stiamo facendo ora, anche alle autorità competenti».
La Lega: subito i ristori
Anche la Lega, con i parlamentari Nicola Molteni e Stefano Candiani, entrambi sottosegretari all’Interno nel governo gialloverde, chiede immediate misure per i frontalieri. «Il governo preveda un ristoro per i 70mila lombardi e piemontesi che lavorano in Svizzera, preveda cioè tutele specifiche per questa categoria di lavoratori che, non avendo garanzie specifiche, in piena emergenza Coronavirus continuano a lavorare rischiando la loro salute pur di mantenere l’occupazione. Per la loro sicurezza e per quella dei territori di confine con la Svizzera – che non ha regole severe come le nostre – il governo mandi un chiaro messaggio».

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