I segreti degli arbitri dei Mondiali di calcio in Italia. Il soggiorno e gli allenamenti in Brianza

Arbitri calcio Italia 90

La Germania in ritiro al Castello di Casiglio ma non solo. Ai Mondiali di calcio di Italia ’90 – andati in scena esattamente trenta anni fa in questo periodo – la base degli arbitri designati per le partite del Centro-Nord era a poca distanza da quella dei tedeschi, poi vincitori della competizione.
I direttori di gara, infatti, risiedevano al Castello di Pomerio e si allenavano in gran segreto al centro sportivo Lambrone di Erba e nella palestra di via Bassi. Un risvolto tutto comasco dell’evento iridato delle “notti magiche” cantate da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato.
Responsabile della preparazione atletica degli arbitri era Adriano Schranz, all’epoca insegnante di educazione fisica al Liceo Scientifico Galilei, sempre di Erba, oltre che commissario tecnico della squadra nazionale di sci nautico. A chiamarlo era stato Alfredo Calligaris, classe 1926, suo amico nonché testimone di nozze, che faceva parte dello staff tecnico di Coverciano dopo essere stato preparatore della grande Inter di Helenio Herrera, di Felice Gimondi, della Valanga azzurra di sci e della Nazionale italiana di calcio.
Oggi Adriano Schranz, 69 anni, è in pensione, è maestro di sci e si è appassionato al golf. A tre decenni da quell’esperienza vissuta a fianco dei “fischietti” di Italia ’90 per il Corriere di Como apre il libro dei ricordi. «Calligaris mi aveva detto che lui avrebbe seguito il gruppo del Centro-Sud e mi disse di pensare a quello del Nord. Devo essere sincero – spiega Adriano Schranz – All’inizio avevo un po’ di soggezione. Poi quando ho avuto modo di fare conoscenza ho in realtà trovato persone di grande disponibilità e cordialità».
Il preparatore degli si sofferma subito su uno dei importanti componenti di quel gruppo, a partire da Luigi Agnolin (scomparso nel 2018 a 75 anni), che in quei Mondiali rappresentava l’Italia e fu al centro di una polemica con l’allora segretario della Fifa Joseph Blatter. Quest’ultimo lo congedò dopo avergli fatto dirigere solo una sfida nei gironi di qualificazione, Jugoslavia-Colombia.
«Nella storia del calcio – dice – ci sono stati molti giocatori noti perché si allenavano sempre più degli altri. Arrivavano prima e andavano via per ultimi, fermandosi a lungo sul campo. Un nome su tutti, Giacinto Facchetti. Per Agnolin valeva la stessa cosa. Si presentava in anticipo al Lambrone e correva da solo. Poi si univa al gruppo e, quando gli altri avevano terminato, proseguiva autonomamente».
Molti dei “fischietti” di quel gruppo erano nomi noti per gli appassionati dell’epoca. Tra gli altri si possono ricordare l’altro italiano impegnato ai Mondiali, Tullio Lanese, il francese Michel Vautrot, l’americano Vincent Mauro, l’argentino Juan Carlos Loustau, l’inglese George Courtney, il danese Peter Mikkelsen, il russo Aleksej Spirin, il giapponese Shizuo Takada, il polacco Michal Listkiewicz, l’austriaco Helmut Kohl, e il nordirlandese Alan Snoddy. Con loro anche il torinese Pierluigi Pairetto, che era aggregato a supporto dei colleghi.
Vautrot è purtroppo ricordato dagli italiani per la non ineccepibile direzione della semifinale persa ai calci di rigore con l’Argentina, mentre Listkiewicz fu il guardalinee della finalissima tra Germania e la stessa Argentina.
«Come ho spiegato, ho buoni ricordi di tutti – afferma ancora Schranz – Mi aveva colpito sicuramente il danese Mikkelsen, che aveva soltanto 30 anni, ma si capiva che avrebbe avuto una carriera importante. L’americano Mauro aveva la battuta sempre pronta. L’austriaco Kohl era molto cordiale. Sempre nel 1990 aveva diretto anche la finale di Coppa Campioni fra Milan e Benfica. Purtroppo sarebbe poi morto prematuramente l’anno successivo». Per l’inglese George Courtney c’è un curioso aneddoto: «Uno degli ultimi giorni di scuola, in giugno, al Lambrone si era svolta la giornata sportiva del Liceo Galilei. I ragazzi in uscita si incrociarono con gli arbitri e Courtney fu quello che si fermò più a lungo per gli autografi. In assenza di fogli, qualcuno gli fece firmare anche banconote da mille lire». Altra rivelazione: «A Pomerio si mangiava molto bene e in molti apprezzavano decisamente la cucina italiana. Pur senza eccessi, devo dire che a tavola nessuno si tirava indietro».
Una esperienza vissuta fianco a fianco, quella di Schranz, che andava negli stadi per le partite sullo stesso pullman degli arbitri. «Prima delle gare erano sempre sereni. Non li ho mai visti tesi. Erano pronti e concentrati. Al termine, quando risalivano erano tranquilli. Non parlavano dell’incontro né tantomeno rimuginavano su eventuali episodi dubbi. Si rilassavano pensando ad altro, come di solito fanno le persone che tornano dopo essere state al lavoro».
Il professore comasco, però, allo stadio non era uno semplice spettatore. «Avevo un compito ben preciso – afferma – Mi era stato chiesto di cronometrare esattamente il tempo effettivo in cui correvano. Non solo, alla fine dovevo calcolare anche quanti chilometri erano stati percorsi durante il match. In testa alla classifica c’era il danese Mikkelsen, con 12-12,5 chilometri. Non a caso agli allenamenti era sempre in testa al gruppo. Agnolin, invece, era quello con il dato più basso. Gliene parlai e lui mi spiegò che con la sua esperienza sapeva leggere le gare e quindi aveva un maggiore senso della posizione, cosa che gli consentiva di spostarsi di meno. Tutti volevano avere monitorata la loro prestazione. I tempi sono cambiati: oggi vi sono strumenti differenti ad alta tecnologia per raccogliere questi dati».
Ma come si svolgevano gli allenamenti? «Erano due al giorno – sostiene Schranz – Generalmente al mattino al campo e al pomeriggio in palestra. La richiesta era quella di organizzare le sedute in quelli che sarebbero stati gli orari delle partite del Mondiale, per abituarsi alle condizioni che avrebbero poi trovato».
«Si puntava ovviamente su corsa, fiato e resistenza, ma non solo – aggiunge – Non mancavano gli scatti ed esercizi con spostamenti laterali, obliqui e all’indietro, le situazioni che capitano abitualmente durante le gare e che si cercava di riprodurre. Sempre a questo scopo non mancava mai il pallone, che veniva utilizzato per simulare le condizioni dei match».

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