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I supplenti delle istituzioni latitanti

di Marco Guggiari

La Chiesa di Como ha il suo secondo martire dell’età contemporanea. Don Roberto Malgesini è tale, ventuno anni dopo don Renzo Beretta. Con suor Maria Laura Mainetti, uccisa a Chiavenna nel Duemila, i martiri diocesani sono perfino tre. Il caso di suor Maria Laura, che presto sarà beata, è in parte diverso. La sua morte è dovuta al satanismo assassino da cui erano ottenebrate tre ragazzine, agevolate però dalla disponibilità della religiosa a correre in loro soccorso.

Don Renzo a Ponte Chiasso e don Roberto, ieri a San Rocco, sono invece i martiri dell’accoglienza ai migranti -ma anche a tanti altri emarginati – in città.

Il parallelismo tra i loro due sacrifici estremi è impressionante. Due preti, due quartieri di periferia, due chiese al confine tra la città che pulsa e quella che arranca, tra la gente che studia, lavora, vive in famiglia, e la gente straniera che non fa e non ha niente di tutto questo. Due preti miti, inermi, generosi nel dare sempre tanto, tutto ciò che potevano in tempo, ristoro, a braccia aperte, colpiti con violenza, ammazzati a tradimento.

Non sarà un caso, non può essere un caso, se Como ha avuto due figure così in un frammento della sua storia. Una città di frontiera qual è la nostra vive tutte le difficoltà e le fratture delle città di frontiera dei tempi odierni.

Il problema è capirlo, pensarci, esserne consapevoli a tutti i livelli, agire di conseguenza. Invece ventuno anni sono passati in un certo senso invano.

Da una parte c’è il volontariato cattolico e di tanti laici pronti a fare la loro parte, come prima e più di prima, riorganizzati dopo lo shock dell’omicidio di don Renzo. Dall’altra parte c’è poco sul fronte delle istituzioni, molto poco.

Diciamola questa parola fastidiosa, che nessuno pronuncia più: supplenza. La Chiesa, le associazioni di volontariato, tante singole persone fanno molta supplenza in silenzio, dopo il lavoro, rinunciando alle loro serate, a pasti tranquilli, al riposo vero. Si impegnano, faticano dopo i loro carichi quotidiani, vivono scene di tensione, qualche volta prendono anche le botte e ieri mattina, mentre il traffico iniziava a scorrere ai piedi della Napoleona, lì di fianco, uno di loro, un prete moriva, accoltellato.

Sono volontari, certo. I preti rispondono alla loro missione, certo. Ma la linea che divide la libera scelta d’impegnarsi dal fare invece supplenza alle manchevolezze altrui è sempre più sottile. Supplenza diventa così, sempre di più, il nome di chi sporca le mani, mette la faccia, il tempo, stavolta anche la pelle. Le istituzioni dello Stato, in tutte le articolazioni, accettano di buon grado questa supplenza, tirano un gran respiro di sollievo quando la incontrano. In forza della supplenza ricevuta possono occuparsi d’altro.

Una città di frontiera non può però essere questo, non può essere città della delega. Non può moralmente funzionare così e, com’è tragicamente dimostrato, non può farlo nemmeno nella pratica. Sono i discorsi che giravano anche nel 1999, dopo la morte di don Renzo. Andate a rileggere in quale contesto maturò quel delitto, quante segnalazioni, quante richieste d’aiuto rimasero allora inascoltate.

Una città di frontiera dev’essere città tutta intera, non con i soli volontari. Lo Stato deve darle attenzioni, risorse umane e materiali, luoghi di gestione del passaggio e dell’accoglienza, sicurezza per le sue donne e per i suoi uomini in prima linea. Altrimenti, tutto è troppo comodo e troppo pericoloso e difficile nel contempo.

Il salto nella consapevolezza passa anche necessariamente dallo sforzo di capire chi era e come viveva don Roberto, dal rispetto per la sua fine assurda e violenta per mano di uno straniero a cui lui dava attenzione. E richiederebbe una moratoria su base volontaria, almeno per qualche giorno, possibilmente più a lungo. Una moratoria dalle strumentalizzazioni, che vuole misura nelle parole, nel dire, nei gesti, nel non aizzare a buon mercato e a proprio beneficio sui social. A don Roberto si deve almeno questo.

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