Il bene comune e la felicità personale

opinioni e commenti di agostino clerici

di Agostino Clerici

I danni provocati dal coronavirus sono più numerosi di quelli rilevabili clinicamente. La pandemia di Covid-19 – che continua a mietere vittime in tante parti del mondo – ha generato una specie di confusione nella fase decisionale, che si avverte nei singoli soggetti e anche nei consessi internazionali.

Basta vedere con quanta fatica si muove quel pachiderma che è l’Europa nel tentativo di decidere quali manovre porre in atto per aiutare l’economia. La “frugalità” di alcuni Paesi non è altro che il travestimento di egoismi nazionali e di reciproche antipatie con una parvenza di giustizia sovranazionale, e il nomignolo con cui li si definisce sembra un dolcificante, un modo garbato per dire il contrario di una virtù.

In realtà, la crisi della pandemia, che ha colpito in modo differente i singoli Paesi che compongono l’Unione Europea, ha messo in evidenza la confusione tra diversi approcci politici alla crisi stessa. E si badi bene, per ora si tratta solo di decidere, mentre la fase operativa richiederà ulteriori fatiche ed estenuanti attese (dei soldi). Come dire ad uno che sta annegando che si è deciso di salvarlo, ma poi lo si lascia in acqua in attesa che la ciambella venga effettivamente lanciata verso di lui, quando di preciso non si sa. Del resto, alternative a questo lento e farraginoso ingranaggio decisionale non ve ne sono, e in più in Italia c’è anche il problema della stabilità del governo.

Nel senso che il portare a casa un buon risultato da Bruxelles gli allunga la vita! Ma la confusione decisionale riguarda anche noi poveri soggetti, che ci siamo visti catapultati da un giorno all’altro dentro un vortice sconosciuto, da cui esperti e politici ci dicono, nei giorni pari che siamo usciti, nei giorni dispari che no, siamo ancora in pericolo. Le iniezioni di ottimismo fanno bene all’economia, gli impacchi di prudenza tendono a salvaguardare la salute.

Se si subiscono entrambi i trattamenti, si rischia la schizofrenia da coronavirus, che è la patologia indotta più diffusa e pericolosa. Succede così che, nel tentativo di sfuggire all’incertezza esistenziale, ciascuno si faccia la sua idea ben confusa di quale sia la reale situazione, e la televisione ci mostra quotidianamente, in città o sulla spiaggia, una rassegna di atteggiamenti variopinti che vanno dal rosso terrore al verde speranza, passando per infinite tonalità di colore e folklore.

Certo, non siamo più nel paleolitico, quando serviva una autocertificazione per andare al supermercato sotto casa, ma anche il neolitico in cui ora ci troviamo ha il sapore della preistoria. E il mese di settembre – con l’annunciata riapertura delle scuole – assomiglia a un esame di maturità vecchio stile, atteso e insieme temuto. In mezzo ci sta quello che una volta – fino almeno all’anno scorso – si chiamava periodo delle ferie. Tanti vi hanno già rinunciato o le hanno ridotte a qualche mordi e fuggi.

Chi andrà ne trarrà sicuramente un beneficio, anche se si sottoporrà a un inevitabile rimescolamento delle comunità (il che comporta sempre qualche rischio). Ma bisogna rimescolare anche l’economia in un settore cruciale come è quello del turismo, così almeno consiglia l’altoparlante del ritorno alla normalità. Che non è la voce della verità, ma che forse occorre ascoltare. Perché il bene comune passa anche dalla felicità personale.

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