Il comasco che rubò la “Gioconda”

Ricorrenze – Cent’anni fa il celebre furto del dipinto vinciano dal museo del Louvre per restituire il capolavoro all’Italia
Chi ha portato la Gioconda in Francia, che ora il Louvre si rifiuta di prestare agli Uffizi? È radicata convinzione che sia stato Napoleone. E invece il celeberrimo dipinto è arrivato in Francia proprio con Leonardo, mentre muoveva alla volta di Francesco I al quale, nel 1517, l’avrebbe venduta per 4mila scudi d’oro.
Ma della pista napoleonica era convinto un comasco, Vincenzo Peruggia, che voleva restituire Monna Lisa all’Italia. Giusto cent’anni fa decise di rubare il dipinto e ci riuscì. Era uno stuccatore e decoratore impegnato in restauri proprio nel museo parigino con una squadra di operai del Comasco. Giustificò l’impresa quale naturale ed ovvia restituzione all’Italia di opere d’arte sottratte a suo tempo da Napoleone Bonaparte come bottino di guerra durante le sue campagne militari in Italia.
Ogni lunedì il Louvre era chiuso al pubblico, ma pieno di artisti autorizzati a copiare le opere dei grandi maestri, di critici e di operai addetti alle manutenzioni. La mattina del 21 agosto 1911 Peruggia esce di casa alle 7.15, evitando la pettegola portinaia e passando poi sotto il naso del custode del museo, che sonnecchia, e punta al Salon Carrè.
A passo sicuro e ignorando altri capolavori assoluti esposti nella galleria parigina – come quelli di Veronese, Rubens, Raffaello e Tiziano – si impadronisce lesto della Gioconda, appesa fra un Giorgione e un Correggio.

La porta al piano di sopra attraverso una scala di servizio, toglie la cornice, nasconde la piccola tavola sotto il suo camiciotto da lavoro e torna a casa nella vicina Rue de l’Hôpital Saint Louis. Lì nasconde il dipinto sotto il piano di un tavolino grande poco più dell’opera (77×53 centimetri). Sono le 9 quando si riprecipita al Louvre e si mette al lavoro, mentre alcuni notano l’assenza dell’opera, ma pensano che sia nello studio del fotografo.
Quando la faccenda si chiarisce, si scatena un putiferio, ma il direttore dei Musei nazionali è in vacanza, il ministro dell’Istruzione al mare e il sottosegretario alle Belle arti, Dujardin-Beaumetz, lasciando l’ufficio, ha dato disposizioni di non essere disturbato.
Arrivato in campagna trova un telegramma che annuncia il furto inatteso, pensa a uno scherzo e non ci fa caso. Il giorno dopo “Le Figaro” sbraita: «La Joconde a disparu». Le indagini sono colossali, con ben 1.350 sospettati (tra i quali Picasso e Apollinaire). Viene sentito anche Peruggia, poi viene fatta una perquisizione a sorpresa nella sua casa: il comasco accoglie gelido gli agenti e li lascia rovistare, inutilmente.
Appena arrivato in Italia, si mette in contatto con un antiquario fiorentino per riconsegnare l’opera agli Uffizi. Ingenuo, probabilmente credeva di aver fatto bene e si aspettava persino una ricompensa: una pensione o un lavoro in un museo italiano come stuccatore o decoratore. La vicenda gli fruttò invece un anno e 15 giorni di carcere.
Chi era questo eroe dei nostri tempi? Nato a Dumenza (all’epoca in provincia di Como) l’8 ottobre del 1881 ed emigrato in Francia nel 1909, Peruggia, dopo essersi adattato a ogni lavoro, fu assunto come imbianchino e prestò servizio in alcuni appalti al Louvre, grazie a un diploma di disegnatore di ornato. Nel 1911 compì il furto che lo rese celebre (negli anni seguenti spesso regalava in giro cartoline con stampata la Gioconda) ma venne presto chiamato a fare il soldato e finì prigioniero.
Dopo il conflitto si sposò e tornò in Francia, dove morì di infarto l’8 ottobre del 1925, giorno del suo compleanno e anche della moglie Annunciata (lei aveva 29 anni, Vincenzo 44). Al quotidiano francese “Excelsior”, che l’intervistò il 13 dicembre 1913, giorno del suo arresto, Peruggia – con il narcisismo tipico di tanti artisti – dichiarò: «Ho rubato la Gioconda perché sono pittore, italiano e futurista. Mi propongo di sostituirla con il quadro di un milanese. Questo maestro sono io; il quadro, un capolavoro, si chiama “Il caos dell’autobus”. Il tema fu celebrato da Filippo Tommaso Marinetti in un delizioso poema. Non ho ancora potuto mettere il progetto in esecuzione, perché se è facile far sparire una tela dal Louvre, vi sfido a farne entrare una sola».
La figlia aveva all’epoca poco più di un anno. La moglie sposò poi nel 1927 il fratello di Vincenzo, Ernesto, che morì nel 1947 mentre i giornali titolavano «È morto il ladro della Gioconda», creando una certa confusione e qualche imbarazzo. Il film girato da Castellani nel 1978 riportò questi dati errati e fece morire l’uomo solo e alcolizzato, mentre Vincenzo morì a Saint Maur des Fosses. In un altro recente film, L’uomo che rubò la Gioconda, è Alessandro Preziosi a interpretare il ladro e assistiamo a un’altra falsificazione: qui il Peruggia ruba il quadro per dimostrare il suo amore a una ragazza.
Tra i libri che si possono leggere sull’argomento segnaliamo Ho rubato la Gioconda di Pietro Macchione, che ne è anche editore e ha da poco ristampato l’opera in versione aggiornata.

Lorenzo Morandotti

Nella foto:
La “Gioconda”, il celebre dipinto di Leonardo conservato al Louvre

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