Il confronto: Varese è in fuga, Como invece arranca. Problemi comuni, soluzioni differenti

Varese Municipio

Le mura scrostate e cadenti della vecchia caserma Garibaldi, nella centralissima piazza Repubblica, non si vedono più. Da mesi sono interamente ricoperte da un pannello multicolore con impressa una scritta a caratteri cubitali che recita “Varese è ripartita”. E proprio questa zona, all’ombra della collinetta dove sorge l’Università dell’Insubria, sarà uno degli snodi nevralgici della crescita della città giardino. Dentro l’immenso compendio, acquistato nel 2007 dal Demanio ma poi abbandonato a sé stesso per una decina d’anni, nascerà infatti un ampio polo culturale. Al suo interno troverà spazi adeguati alle proprie necessità l’ateneo varesino, verrà trasferita la biblioteca comunale e ci sarà forse posto anche per un teatro. Ma soprattutto all’ultimo piano – 1200 metri quadrati – verrà ospitato l’Archivio del Moderno di Mendrisio, “scippato” alcuni mesi fa a Como. Un luogo di cultura importantissimo a livello internazionale, per cui erano in lizza, oltre Como, anche grandi città come Venezia. Si tratta della raccolta di alcuni degli archivi più importanti di architetti moderni svizzeri e italiani.
A meno di 30 chilometri di distanza, in riva al Lario, da anni si attende invece di sapere cosa ne sarà della Caserma De Cristoforis, di proprietà demaniale. Negli ultimi mesi l’assessore competente Vincenzo Bella ha infatti preso contatto proprio con il Demanio per sondare la fattibilità, in un futuro prossimo, di una cittadella dei servizi là dove un tempo c’erano i militari. Per adesso ci sono stati solo alcuni incontri esplorativi che, si spera, possano essere l’inizio di un qualcosa di più costruttivo. Nel frattempo a Varese il progetto definitivo con oggetto la caserma è passato in giunta pochi giorni fa e a breve arriverà il piano esecutivo delle opere che porterà, in autunno, al cantiere vero e proprio, della durata di 2 anni. L’accordo di programma, siglato nel 2015 da Regione, Comune e Provincia è da poco entrato – con il passaggio recente in giunta – nella sua fase operativa. Ma le analogie tra i due centri non si fermano qui, anche se differenti sembrano essere i risultati. Un altro nome evocativo – sia a Varese che in riva al lago di Como – è quello del “Politeama”. In entrambi i casi è associato a un cinema e teatro, e in entrambi i casi si tratta di 2 strutture chiuse da anni. Ma se a Como lo storico Politeama, sempre più in decadimento, sta confusamente cercando di capire quale potrà essere il suo futuro (lo stabile è per l’81,6% di proprietà comunale e per il resto della Società Politeama che da poco all’unanimità, ha approvato il piano proposto dal liquidatore per mettere sul mercato l’ex cineteatro), a Varese invece già si parla della sua possibile destinazione. Lo stabile è di proprietà della Fondazione Molina, il cui consiglio d’amministrazione viene nominato anche dal Comune. Si sta analizzando l’ipotesi – dopo i necessari lavori di ristrutturazione – di trasformarlo in un teatro (la sala ha una capienza di mille posti). O magari, vista la presenza in città del Teatro di piazza Repubblica, in uno spazio dove organizzare eventi o in auditorium adatto ai concerti. Altro capitolo doloroso per Como, quello delle Grandi mostre. Passati i fuochi d’artificio e i tanti biglietti strappati nell’era Gaddi, archiviate le esposizioni dal profilo basso (non per qualità ma per scarso appeal sul pubblico) di Luigi Cavadini, ex assessore dell’era Lucini, si è approdati all’attuale stagione senza mostre. La giunta Landriscina – che ha dovuto di recente scontare anche l’addio dell’assessore alla cultura, prontamente sostituito – non ha infatti messo in cantiere alcun evento. A Varese invece da maggio e fino a dicembre – a Villa Mirabello – andrà in scena l’anticipazione di quella che sarà la grande mostra del prossimo anno, dedicata a Renato Guttuso. Sei mesi per ammirare venti opere del maestro di Bagheria che per molti anni visse a Velate – un quartiere cittadino immerso nel verde – ai piedi del Sacro Monte, dove è visibile dal 1983 l’affresco “Fuga in Egitto”. Quelle in mostra da maggio comporranno solo una parte dell’evento del 2020, al quale si sta già lavorando per far arrivare opere da tutto il mondo.

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