«Il nuovo accordo fiscale, così com’è stato impostato dai due Stati, genererebbe per i frontalieri un incremento d’imposta troppo elevato con decurtazioni salariali medie di oltre il 20%. Le stesse stime ufficiali della Divisione delle contribuzioni del Canton Ticino dimostrano che l’accordo produrrebbe un incremento d’imposta totale pari a circa 400 milioni di franchi all’anno interamente pagati dai lavoratori. L’impatto sarebbe a dir poco devastante».Mentre il governo ticinese e la giunta regionale della Lombardia trattano in modo riservato sulla possibile modifica dell’intesa del 2015 sulla riforma della doppia imposizione fiscale dei frontalieri, il sindacato boccia in toto lo stesso accordo. E lo fa in un lungo documento, redatto alla fine di maggio ma non ancora reso pubblico. Una sorta di promemoria inviato proprio al Consiglio di Stato di Bellinzona e a Palazzo Lombardia e che ilCorriere di Comoè in grado di svelare.Nella premessa del documento si sottolinea il paradosso – sin qui mai sciolto – di tutta questa vicenda, ovvero «l’indisponibilità del testo parafato tra Berna e Roma nel 2015». Nessuno, tranne i negoziatori, ha mai potuto leggere l’accordo. Impossibile, quindi, dice il sindacato, fare «un’adeguata analisi delle proposte e degli effetti conseguenti se non in via induttiva». Ecco perché quelle del documento sono piuttosto «attendibili “congetture”» sugli effetti dell’entrata in vigore dell’accordo.Congetture che tuttavia disegnano uno scenario a dir poco preoccupante, soprattutto per i frontalieri.Innanzitutto, «il nuovo accordo bilaterale non sarebbe una soluzione equa in quanto andrebbe a pesare soltanto sulle spalle dei lavoratori e dei Comuni italiani di frontiera, producendo benefici unicamente per le amministrazioni pubbliche dei Cantoni e dei governi nazionali». E, come detto, l’aggravio di imposta per i frontalieri sarebbe in media di oltre il 20%. «Devastante», lo definisce il sindacato. Non soltanto per i lavoratori ma, probabilmente, pure per il sistema produttivo ticinese.«Da più parti – si legge nel documento – si è descritto questo accordo come un’arma potenziale contro il dumping salariale. Le proiezioni di calcolo dimostrano invece che i redditi maggiormente colpiti saranno proprio quelli che si attestano sui livelli svizzeri, che rispondono a loro volta a quei profili professionali di cui il Canton Ticino ha bisogno. Al contrario, l’impatto sui redditi bassi sarà marginale, incentivando paradossalmente la comunità datoriale al lavoro in nero e ad altri fenomeni distorsivi quali i finti contratti a tempo parziale».Per non parlare dei riflessi drammatici per i Comuni di Frontiera che, perdendo i ristorni fiscali, non potrebbero con ogni probabilità mantenere i servizi gestiti oggi in buona parte utilizzando in parte corrente proprio le rimesse provenienti ogni anno dal Canton Ticino.
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