Il dominio degli stilisti e la globalizzazione hanno messo fine agli anni d’oro

altNini Binda – L’incontro con Gianni Versace in riva al lago

(f.bar.) Gli anni d’oro del tessile comasco ricordano le atmosfere di un film hollywoodiano. Sullo sfondo del lago si sono intrecciate le storie di grandi dinastie, imperi economici e stilisti famosi. Dagli anni ’70 fino ai primi anni ’90 la crescita degli imprenditori lariani è stata inarrestabile. Poi, all’improvviso, il grande freddo. La globalizzazione, l’invasione cinese e l’apertura – a volte selvaggia – di altri mercati decretarono un mutamento drastico del glorioso distretto serico

comasco. E molti degli industriali andati con successo alla conquista dei mercati internazionali – forti del “made in Como” – furono costretti a confrontarsi con le sfide in arrivo dal resto del mondo.
Molti non riuscirono a sopravvivere. Altri invece superarono la crisi. Alcuni, in un momento così buio, preferirono far prevalere il bene dei dipendenti anche a costo di rinunciare all’impresa di famiglia. Anni ruggenti che tra i tanti protagonisti non possono non annoverare Palmiro Binda, alla guida per diversi anni, fino alla chiusura nel 1995, della storica azienda di famiglia “G.Binda” di Breccia, fondata nel ’45. Il suo racconto del periodo d’oro è costellato di aneddoti e personaggi divenuti poi vere e proprie icone della moda.
«Fino agli anni ’80 eravamo noi a fare gli “stilisti”. Creavamo i disegni che venivano poi acquistati in tutto il mondo – ricorda Binda – Il primo passaggio delicato che non abbiamo saputo forse interpretare correttamente è stato l’avvento degli stilisti. Negli anni ’80 compravano i nostri disegni che poi trasformavano in vere collezioni, ma ben presto capirono che solo attraverso la distribuzione sarebbero stati in grado di conquistare il mercato. Aprirono così molti negozi dove vendere le nostre creazioni che però venivano “brandizzate” con il loro marchio. Con il risultato di diffondere progressivamente il logo nel mondo».
Così, mentre i prodotti griffati iniziavano a conquistare il grande pubblico, i produttori perdevano forza. «Ovvio, perché poco dopo i grandi nomi, che prima venivano ad acquistare da noi con una certa riverenza, forti del successo iniziarono inevitabilmente a dettare le condizioni. Leggi di mercato che noi accettammo non avendo intuito la forza della distribuzione e dell’apertura di punti vendita in posizioni strategiche e di grande richiamo».
Binda provò anche questa strada. «Allestimmo un magnifico negozio in via Cadorna ma, non essendo una zona centrale, non ebbe ovviamente lunga durata. Se avessi aperto, ad esempio, dove oggi c’è “Monti” in piazza Cavour sarei ancora lì. Purtroppo in via Cadorna il locale era di proprietà, altrove no».
E i ricordi riaffiorano. «Gianni Versace era un mio cliente. Ricordo che quando lavorava per Genny venne da me una vigilia di Natale per comprare le nostre creazioni. Ai tempi avevamo 35 disegnatori tessili. Dopo mangiammo in un ristorante in riva al lago di cui si innamorò. Poco dopo comprò Villa Fontanelle di Moltrasio».
Altro storico cliente «fu Ralph Lauren, che conobbi quando, ancora non famoso, arrivò nel nostro ufficio di New York e poi divenne un cliente. Lavorai anche con Ferrè, Dior e altri». Periodo indimenticabile che però finì bruscamente con la globalizzazione selvaggia dei primi anni ’90. «E noi nel ’95 chiudemmo. Il primo durissimo colpo, oltre all’avvento degli stilisti, fu la perdita, per l’apertura dei mercati, di 30 miliardi di lire di fatturato nella cravatteria stampata. La situazione poi si complicò ulteriormente. La famiglia allora decise, con il massimo senso di responsabilità, di salvaguardare i nostri 350 dipendenti privandosi della società e anche di prestigiosi immobili di proprietà».

Nella foto:
Palmiro “Nini” Binda, alla guida per diversi anni, fino alla chiusura nel 1995, della storica azienda di famiglia “G.Binda” di Breccia, fondata nel ’45 (Mv)

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