Il gran lombardo e la “bestia nera”: ricordo di Carlo Emilio Gadda

Carlo Emilio Gadda

Si intreccia con la Brianza erbese un buon tratto della vita di Carlo Emilio Gadda, scrittore e poeta tra i più noti del Novecento. Colui che fu soprannominato “Il gran lombardo”, tuttavia, avrebbe volentieri fatto a meno di questo rapporto, a giudicare da quanto scrisse dei suoi anni di villeggiatura a Longone al Segrino, durante l’infanzia e la giovinezza, che gli ispirarono pagine dense di astio nel romanzo “La cognizione del dolore”.
Tutto ebbe origine dalla decisione del padre di Gadda, Francesco Ippolito, imprenditore e socio dell’azienda tessile milanese Ronchetti & C., di costruire una villa, fatta progettare dal nipote Paolo, nell’amena località del Comasco. L’avvenimento risale al 1899, quando il futuro letterato aveva sei anni, essendo nato a Milano il 14 novembre 1893. Una “fottuta casa”, la definirà in seguito Gadda, addebitandole la sua parte di colpa nel dissesto finanziario della famiglia. Il padre la volle “perché a Milano non c’era la campagna”, ma con questa impresa, oltre che con gli esperimenti di coltivazione del baco da seta, si rovinò. E, alla fine, da socio che era, si ridusse a fare il magazziniere della Ronchetti & C. Morì che Gadda aveva soltanto 16 anni.
La moglie, Adele Lehr, di origine ungherese, era un’insegnante di lettere e direttrice scolastica. Carlo Emilio era il primogenito, poi c’erano Enrico e Clara. I genitori e fratello e sorella riposano proprio nel cimitero di Longone.
Lo scrittore si era laureato al Politecnico in Ingegneria elettrotecnica; aveva combattuto come volontario negli Alpini nella Prima Guerra Mondiale ed era stato fatto prigioniero dopo la disfatta di Caporetto.
I rovesci economici mutarono radicalmente la vita della famiglia, fino ad allora appartenente alla media borghesia. E lo scrittore addebitò sempre la sua infanzia povera proprio alla villa di Longone, di cui non esitò a disfarsi, vendendola dopo la morte della madre, nel 1936.
Di quello che oggi è un edificio suddiviso in più appartamenti in posizione panoramica, scrisse: “Per la casa di Longone non ho avuto giovinezza”. E ancora: “È la bestia nera della mia psicosi”.
Un breve racconto, “Villa in Brianza”, scritto nel 1929 su un quaderno di computisteria e rimasto a lungo inedito, parla già della dimora. E il padre, che nel racconto è il “signor Francesco”, è descritto come una persona che non sa affrontare la vita.
Segue tutta l’ironia possibile nel descrivere i suoi errori e l’inadeguatezza della nuova casa e dell’ambiente: due ore di treno da Milano a Erba, poi un’ora in carrozza in mezzo alla puzza di un mondo arcaico.
La madre, figura austera, è descritta come dedita al vizio “del caro fiasco nel caro armadio” e “vuol più bene ai muri di Longone, alle seggiole di Milano, che a me…”.
Il poco esaltante ritratto fu pubblicato molti decenni più tardi, nel 2001, sul primo numero della rivista “I quaderni dell’Ingegnere”, fondata dal filologo Dante Isella.
Durissimo con i brianzoli, che definiva “fabbricatori di pitali”, nella “Cognizione del dolore”, uno dei suoi romanzi più famosi pubblicato incompleto su “Letteratura” tra il 1938 e il 1941, Gadda trasforma Longone in Lukones, un villaggio sudamericano, certamente memore della sua esperienza di ingegnere proprio in quel subcontinente. Anche nell’epistolario con la sorella Clara, che abbraccia l’arco di quasi sessant’anni, si trovano riferimenti al paese del Comasco: “Il pensiero di Longone è sempre motivo di grande irritazione e di profondo scoraggiamento per me – scrive in una lettera – È come la pietra di una tomba posta sulla nostra vita, sui nostri sacrosanti interessi e diritti (…) Non parlarmi quindi mai di Longone né del sozzo contadiname a cui manteniamo una casa, mentre io devo lavorare come un cane e vivere al quarto piano in una camera fredda”.
Mario Porro, docente di Storia e Filosofia e vicepreside al Liceo “Fermi” di Cantù, ha dato vita nel 2004, assieme ad altri appassionati ed esperti, a un Centro studi intitolato proprio a Carlo Emilio Gadda.
Il sodalizio propone la conoscenza dello scrittore e, a questo scopo, organizza convegni. Da quello organizzato nel 2005 è scaturito il libro “Gadda e la Brianza”, curato proprio da Porro ed edito da Medusa.
Il gruppo di cultori ha inoltre predisposto un “Itinerario Gaddiano” che è sinteticamente esposto in un opuscolo pieghevole.
Porro non nasconde che è difficile tener viva la memoria dello scrittore: «Qualche risultato positivo c’è, ma bisogna riguadagnare i rapporti con la Brianza, oggetto di ironia feroce nei suoi scritti, come quando sottolinea che i generi di felicità qui presenti sono “ingordigia di cibo che arricchisce i pozzi neri, pesci dei laghi immangiabili, l’infestante robinia, la grandine, le mosche qui più diffuse che in Africa”…».
L’odiata casa sorge in collina. Oggi, dopo una ristrutturazione durata oltre dieci anni e terminata nel 1990, consta di quattro appartamenti. Il pensatoio dello scrittore è ora una stanza luminosa e ben arredata, ma un tempo era soltanto il terrazzo dove furono scritte molte pagine.
Il parco è meno esteso rispetto alle origini e alberi d’alto fusto impediscono la veduta del Lago di Pusiano, inizialmente possibile.
Non lontano, dal giardino dei Padri Barnabiti si osserva lo stesso panorama che Carlo Emilio Gadda descrisse nella sua opera “Dalle specchiere dei laghi”, rievocando poi anche l’altra villa di famiglia, sita a Rogeno e di proprietà dello zio paterno Giuseppe, che fu senatore del Regno e ministro, nonché tra i promotori dei lavori di costruzione della linea ferroviaria che da Milano portava a Erba.
«Gadda era un personaggio ombroso, scorbutico, nevrotico, misogino, misantropo – spiega ancora Porro – Aveva frequentazioni ridottissime, si trovava bene soltanto con gli intellettuali; in loro compagnia era divertente. Non tollerava la presenza in casa dei contadini perché puzzavano. Definiva gli abitanti di Longone “calibani” (mostri ripugnanti, ndr) “gutturaloidi”. Ma in alcune pagine rievocò la sua infanzia in Brianza; in altre, dolenti, il fratello aviatore morto in guerra. Descrisse con serenità i paesaggi che vedeva dal terrazzo della villa di famiglia. Fu il primo a scrivere di Brianza profanata, che quindi considerava quasi sacra».
Una sorta di amore-odio, insomma, che gli studiosi del centro intitolato a Gadda hanno indagato. «Il suo è un modo di guardare segnato dal difficile rapporto con i genitori. Scrive della Brianza come di “una terra che avrebbe potuto essere patria anche a me”. Ma non lo fu, soprattutto a causa della severità dei genitori. Così divenne “la palude Brianza”.
Lo scrittore, nelle sue lettere dalla guerra, scrisse delle passeggiate a Longone, luogo della continuità familiare. Nei suoi scritti c’è dileggio, ma anche rimpianto per i momenti trascorsi nella stanza della villa a lavorare. Venivano a trovarlo i suoi amici, anche Eugenio Montale.
Quando vendette la casa, si disse lieto di essersi “liberato del feudo di Longone”, ma rimpianse pure con tenerezza sorprendente “il mio Ducato”. Dopo il 1937 non venne più qui, ma questi, nella sua memoria, restarono i luoghi degli affetti assai più di Milano. Il dileggio e la feroce satira sono attenuati da una vena elegiaca di rimpianto. In lui traspare anche una pietas per la povertà dei luoghi».
«Gadda non ha avuto la conoscenza che merita presso il largo pubblico – conclude il professor Porro – Leggerlo significa tenersi sempre accanto un dizionario per i continui richiami alla scienza, per il linguaggio ibridato con il dialetto, per le invenzioni lessicali, per i riferimenti al mondo classico. Tutti noi siamo abituati alla linearità del racconto. Si procede invece per digressioni, una piega dietro l’altra. D’altronde, il mondo non è lineare e Gadda vuole essere un diligente notaio. Le cose non sono così semplici e comprensibili, bisogna fare fatica. Questa è l’onestà intellettuale di Gadda».
E, qua e là, i riferimenti al territorio non mancano. Un volume di fotografie ritrae lo scrittore nella villa di Longone. Un’altra immagine lo ritrae con il Cornizzolo sullo sfondo. Gadda vi nomina le montagne: Palanzone, Cornizzolo, San Primo, Bollettone… E poi altri luoghi, quali il lavatoio e il cimitero.
Negli scritti dell’ingegnere, morto nella sua casa di Roma, a Monte Mario, il 21 maggio 1973, non mancano accenni al pane di Como, che “non è da tutti”, al rogo alla cupola del Duomo (27 settembre 1935), descritto e raccontato sulla “Gazzetta del Popolo” nel 1936: “Il popolo di Como accorse tutto, quasi a voler difendere, a salvare il suo Duomo” nell’incendio “che è un rogo di quattrocento cinquanta quintali di legno di rovere, stagionato da un secolo e mezzo”.
Chi ha conosciuto Gadda lo descrive come un uomo “cerimonioso e gentilissimo, ma profondamente inquieto e infelice” e poi, ancora, “introverso, appartato, ombroso”. Il suo addio a questo mondo avvenne, per singolare coincidenza, alla vigilia del centenario della morte di Alessandro Manzoni, lo scrittore al quale l’ingegnere milanese fu più accostato.
Il critico Carlo Bo lo definì “protagonista segreto della letteratura del nuovo secolo” (il ’900, ndr), la cui anima fu segnata a fuoco dall’ambiente borghese, dalla madre, dalla morte del fratello, dalla guerra, insieme con “una straordinaria capacità d’inghiottire, di soffrire e alla fine di opporsi con tutto il cuore agli interventi e alle scadenze del destino”.
E aggiunse che più Gadda sentiva crescere dentro di sé “l’indignazione e la sofferenza, più l’ironia e il sarcasmo contravvenivano alle regole”.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.