Categories: Opinioni & Commenti

Il malato, la guarigione e la doppia lezione

di Mario Guidotti

Marco aveva 24 anni e lavorava già da un po’ nell’officina dello zio. Stava bene, nessun grillo per la testa, buoni amici, qualche ragazza ogni tanto e, come fanno quasi tutti, una o due birrette nel fine settimana. Così, quando quella mattina si è svegliato e non parlava bene i suoi genitori hanno pensato che le birrette fossero state più di una. Gli passerà, ha pensato il padre.  Ma quel linguaggio sbagliato, quel “tevolo per tavolo”, quell’uso eccessivo di parole passepartout come “coso, cosa”, quei giri di parole senza venire al dunque hanno impensierito i genitori che l’hanno portato dal medico. Solite ipotesi a sdrammatizzare: la stanchezza (a 24 anni?), lo stress (e di che?), la crisi post-adolescenziale (e quando mai non fa parlare?) ma alla fine si arriva al dunque. C’è una lesione, si parla spesso di “macchia” di “ombra” ma è un termine bruttissimo che fa sempre male presagire, nel cervello di Marco. L’ha vista prima la TAC e l’ha dettagliata meglio la Risonanza Magnetica Nucleare. È sul lobo frontale sinistro, adesa alle aree del linguaggio, questo spiega gli errori e incapacità  a parlare, con tutto il resto risparmiato, o quasi, perché a ben guardare piccoli altri segni di deficit neurologici si vedevano, ma è per gli addetti ai lavori. L’aspetto della lesione non è bello, sembra premere sul cervello, che risponde creando edema, cioè liquido, per proteggersi, determinando danno ulteriore. Insomma, l’avete capito, sembra un tumore, comunque qualcosa che cresce e con una certa aggressività, e che cosa vuoi che sia mai? Fino all’esame istologico sul pezzo che il chirurgo toglie, sempre che lo si possa togliere, non si è autorizzati a formulare diagnosi, se non generiche, dettate da quelli che si chiamano “indicatori radiologici di benignità o malignità”, e qui erano tutti per la seconda evenienza. Maledizione, a 24 anni è presto per certe malattie, è raro. Le uniche buone notizie, si fa per dire, erano la rapidità nella diagnosi e l’opzione chirurgica, fattibile per la sede della lesione tutto sommato superficiale, insomma raggiungibile con il bisturi. Sta di fatto che arriviamo all’operazione, pur con grande pessimismo dei medici, perché quelle lesioni possono solo rappresentare un cancro aggressivo, ma come sempre ci eravamo tenuti i pensieri peggiori per noi, offrendo parole di speranza a Marco ed ai suoi parenti. Fu così che il chirurgo estrasse una strana lesione gelatinosa, ben delimitata, all’apparenza in maniera radicale, cioè tutta. Ma la sorpresa più grande venne dall’istologia: era un parassita. Una cosa seria ma curabile, dopo l’operazione. Una strana “bestia” che Marco aveva preso probabilmente in una vacanza in campagna in Sardegna. Dopo un mese era guarito e per tutti noi sanitari restava in eredità una doppia lezione: mai perdere la speranza anche quando pochi ci si attaccano e come sempre saper comunicare la stessa senza generarne di false.

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