Il padre non era un “orco”, assolto in Appello: la sentenza è definitiva

Il Tribunale di Milano

L’accusa era pesantissima: violenza sessuale nei confronti della moglie e della figlia di appena 11 anni. Il tribunale l’aveva anche condannato in primo grado a 8 anni e mezzo di reclusione, pena che comprendeva un altro capo di imputazione, quello di maltrattamenti in famiglia. Il padre orco, 45 anni, non è però stato ritenuto tale dai giudici dell’Appello di Milano, che hanno invece assolto il genitore perché il «fatto non sussiste». Violenze sessuali che dunque non ci sarebbero mai state, con una pena scesa a 2 anni per i maltrattamenti, quelli sì provati in aula.
È clamoroso, dunque, il ribaltone avvenuto davanti ai magistrati meneghini, dopo il ricorso che era stato presentato – per conto del padre, residente in un comune della Bassa Comasca – dall’avvocato Aldo Turconi.
Assoluzione che non è stata impugnata dalla procura generale, diventando dunque definitiva. Ma come è stato possibile un simile cambio di rotta? I fatti contestati risalivano a una decina di anni, dal 2006 al 2017, data quest’ultima della denuncia da parte della moglie.
La donna raccontava di vessazioni, pestaggi, in un caso anche di un lancio di forchetta che l’aveva ferita a un braccio, e pure di atti sessuali non consenzienti e di palpeggiamenti e “pizzicotti” nelle parti intime della figlia. Accuse pensatissime che erano state corroborate dalle testimonianze di una assistente sociale e dalla relazione del consulente del pm, e questo nonostante nessuna delle insegnanti della ragazzina avesse mai notato nulla di anomalo.
L’Appello però ha completamente ribaltato la situazione, facendo prima di tutto notare come la denuncia sia arrivata dieci anni dopo l’inizio delle presunte violenze sessuali. «La deposizione della donna» sarebbe stata inoltre «generica, imprecisa, e priva di riferimenti spazio-temporali».
In più, secondo i giudici di secondo grado, di violenze sessuali non si troverebbe traccia nemmeno in quella che per l’accusa era la fonte di prova più attendibile, ovvero un diario compilato dalla ragazzina su suggerimento dell’assistente sociale.
Un ampio capitolo è poi riservato al consulente psicologo del pm, chiamato ad analizzare la vicenda sentendo la figlia. Secondo i giudici di Appello, la ragazzina, molto legata alla figura della madre e per nulla al padre, avrebbe fornito risposte «frutto di suggestioni esterne» in seguito a «domande del tutto scorrette secondo le direttive della Carta di Noto», che è un protocollo che detta fondamentali linee guida per «l’escussione di un testimone minorenne e la valutazione della sua capacità di deporre». Da ultimo, la sentenza sottolinea come le presunte violenze sessuali alla figlia sarebbero avvenute in presenza della madre, chiedendosi come mai quest’ultima si limitasse «a dire al marito di smetterla senza correre a denunciarlo». Se non dopo una decina di anni.
Un reato come quello contestato, «deve essere rigorosamente dimostrato», è la chiosa dei giudici meneghini. Cosa che non sarebbe avvenuta in questo contesto.

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