Il portavoce comasco del popolo armeno racconta il dramma del Nagorno Karabakh

Agop Manoukian

Da settimane un conflitto terribile miete vittime in un piccolo fazzoletto di terra di poco meno di 10mila metri quadrati con una popolazione di 146mila abitanti: il Nagorno Karabakh. Di questa piccola enclave del Caucaso meridionale, abitata dagli armeni, l’Azerbaigian vuole il pieno controllo. La zona infatti è cruciale per il transito di gasdotti e oleodotti.
Per smuovere l’indifferenza scesa sull’assedio, la comunità armena italiana ha organizzato, lo scorso lunedì 6 ottobre, una manifestazione a Milano, davanti a Palazzo Marino. Il presidio è stato organizzato dall’Unione degli armeni d’Italia. Il presidente, Baykar Sivazliyan, ha lanciato un appello affinché l’Italia e la comunità internazionale riconoscano ufficialmente la Repubblica di Artsakh, antico nome armeno del Nagorno Karabakh, per mettere fine alle pretese azere. Tra quelle persone c’era anche Agop Manoukian, portavoce comasco del popolo armeno. Nato da madre italiana e padre armeno, è vissuto e ha studiato a Como fino all’età di vent’anni. Professore universitario di sociologia, ha assunto responsabilità gestionali nel gruppo industriale chimico Manoukian e Lechler, in cui ha svolto il ruolo di presidente sino al 2011. Agop Manoukian non ha mai cessato di approfondire le vicende storiche del popolo armeno (suo padre scampò ai massacri), e di farsi portavoce delle sue secolari persecuzioni.
«Sono tre, quattro mesi che gli azeri preparavano questi attacchi – spiega Agop Manoukian – è stato chiuso lo spazio aereo, sono stati richiamati i riservisti, gli azeri hanno rifiutato gli osservatori dell’Ocse (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), cosa ancora più preoccupante è stato dimostrato lo spostamento di guerriglieri provenienti dalla Siria, ex terroristi assoldati dall’Azerbaigian come mercenari».
Perché questo assalto ora?
«Perché se si guarda la carta geografica si vede bene come il Nagorno Karabakh sia un cuneo dentro uno spazio totalmente turcofilo, non dimentichiamo che gli azeri sono turchi e sappiamo che Erdogan ambisce a ricostituire i confini dell’antico impero turco. È un processo che ha il suo momento più cruciale non nel conflitto interetnico: qui si assiste a un progetto di eliminazione di una minoranza che ha chiesto un minimo di autonomia».
Ha notizie dal Nagorno Karabakh, che cosa sta accadendo?
«Stanno morendo ragazzi di diciannove, vent’anni, intere famiglie scappano verso Sud e cercano di tornare in Armenia, storie tragiche che purtroppo si ripetono. Non si conosce il numero dei morti perché non vengono comunicati, ma si sono viste le immagini di camion carichi di cadaveri… In Italia siamo più restii a parlarne, Erdogan fa le sue rivendicazioni e il governo non prende posizione, così come la Nato. Gli armeni stanno dando fastidio».
Come fermare tutto questo?
«Il Nagorno Karabakh è una repubblica democratica che si è data un’organizzazione così come l’Armenia, ma finché non c’è un riconoscimento ufficiale non può sedersi a un tavolo per trattare, gli armeni sono una minoranza di persone che non hanno diritto di stare su quella terra ma formano una società democratica in cui ci sono anche curdi. L’unica soluzione è la negoziazione, un accordo in cui ciascuno rinuncia a qualcosa, è l’unica via possibile».
Gli armeni sono cristiani. Quale ruolo ha la religione?
«È una giustificazione a posteriori, la religione ha più un ruolo culturale, di compattezza nazionale. Certo, c’è l’orgoglio di mantenere le proprie posizioni, di difendere una cultura che si è tramandata per millenni… io temo che anche questa volta stia calando sugli armeni l’ombra del genocidio».

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