Il professore in ospedale e una visita inattesa

altRaccontare storie di scuola è per me viaggio nel mondo magico della memoria. La scuola non è un luogo fisico; essa è fantasia, sogno, sentimento, speranza, emozione.
Eccolo il ricordo, prepotente eppur dolce si fa largo. Il trillo della campanella che sancisce la fine dell’intervallo. «Sssttt…, il prof arriva il prof!». «Buon giornoooo proooof!», strascicato, la bocca ancora mezza piena del panino imbottito portato da casa. Qualche alunno si alza, gli altri se ne stanno stravaccati

sui banchi.
Entro, la solita cartella marrone in una mano, il registro nell’altra. Siedo alla cattedra. L’appello: «Bonazza, Caciotta, Pecora, Quaranta, Ricotta, Rucola…. Zuccone». Il solito Tardone che entra in ritardo: «Scusi prof, ma il bagno era sempre occupato…».
Chiudo il registro di classe, apro il mio. «Oggi devo interrogare». Cala il silenzio, le teste degli alunni sono chine sui banchi, si cerca riparo nascondendosi dietro il compagno davanti. Le dita sfogliano convulsamente il libro alla ricerca di quel teorema che «accidenti, non riesco a mettermelo in testa!».
Io, il prof, il registro aperto nella pagina della classe, con una matita in mano scorro i nomi degli alunni. Vado su è giù nell’elenco, ogni tanto mi fermo: «Bonazza, due voti positivi, è a posto, Ricotta va bene….». Il verdetto: «Testone e Colombella fuori, alla lavagna!». Par di toccarlo, non solo di sentirlo quell’ “ooohhh” a tutto respiro dopo lo scampato pericolo.
L’interrogazione è un duello all’ultima formula. Da una parte il prof che provoca con domande via via più audaci e difficili il Testone (genio della classe) per assaporarne, come se fosse proprio merito, la finezza del ragionamento e la proprietà del suo dire, dall’altra, con la Colombella, piuttosto “quaglia” per debolezza di pensiero e difficoltà di ragionamento, ha un atteggiamento di complicità e di incoraggiamento, forse anche perché affascinato dalla leggiadria e serenità con cui la fanciulla mortifica logica e conoscenza.
«Basta, andate a posto, adesso devo spiegare. Sono indietro nel programma!». Prima però il voto. Giustizia e trasparenza, un bel problema. Un’intelligenza aperta e brillante il Testone, un’incolpevole commovente modestia la Colombella. «Nove al Testone, sei alla Colombella», giustizia forse non è fatta, conforta tuttavia il sorriso di riconoscenza della Colombella.
Un mattino avviene il fatto. Suona la campanella, ma il prof non arriva. Lui, che non tarda mai un minuto… Arriva invece il bidello. «Il prof di “mate” ieri sera è stato male, adesso è ricoverato all’ospedale Sant’Anna». «Oggi si respira, niente interrogazioni…», nell’aria, è il pensiero di molti. Arriva la supplente. Giovane, bella, pimpante, minigonna vertiginosa, brava ma inascoltata dalle fanciulle e iperscrutata dai maschietti, assaliti e foruncolati dai sussulti ormonali di quasi diciottenni.
In un letto dell’ospedale io consumo i miei giorni tra radiografie, analisi del sangue e dell’urina, termometri, pastiglie per la pressione… Il letto è in uno stanzone del reparto di cardiologia con altri tre degenti. Il cuore non scherza, le infermiere sono severe con i visitatori, si entra uno alla volta, voci basse, silenzio.
Un pomeriggio uno schiamazzo giunge prepotente dal corridoio. Un attimo dopo mi ritrovo attorniato da un folto gruppo di ragazze e ragazzi. Sono i miei alunni di quarta, la classe del Testone, della Colombella, della Bonazza. Arriva un’infermiera: «Non potete entrare tutti insieme, uno alla volta, disturbate i pazienti…». Nessuno l’ascolta, entrano tutti. Io sono commosso, non riesco a spiaccicare parola… Non protestano gli altri pazienti, niente affatto disturbati da quella benefica e salutare ondata di gioventù, anzi sorridono contagiati dalla ventata di allegria.
Qualche ora dopo, andati via i ragazzi, apro il pacchetto che mi hanno lasciato sul comodino. Un libro di racconti. Leggo curioso la storia di un prof di greco e latino amatissimo dai suoi allievi. “Il prof Giovanni La Magna mancò a una lezione per la prima volta dopo tre anni. Si era rotto il cuore del nostro buon Zeus, fermate le mani enormi che ci avevano aperto le vie della Grecia classica…”. Muore il prof e “dopo di lui la Grecia tornò ad essere la patria di una grammatica molto esigente”. Mi vedo nel protagonista del racconto. Fantastico: «Dopo di me la matematica tornerà ad essere un mondo misterioso popolato e dominato da incomprensibili teoremi e regole assurde…».
La pressione, sale la pressione! Giù una pillola! Il dubbio. «A chi mai sarà venuta l’idea di regalarmi questo libro? Ma l’avranno almeno letto? Quel prof che muore non sarò mica io? Appena rientro a scuola, farò di tutto per scoprire chi ha avuto l’idea e allora…». Un groppo in gola, non riesco a trattenere l’emozione. Il malore, i “miei” alunni intorno, il libro… il voto, “dieci a tutti”, anche alla Colombella e al Testone, il teorema di Pitagora conta ma venti alunni attorno contano ancora di più… Svanisce il ricordo, finisce la storia, una delle tantissime “belle” storie di scuola.

Nella foto:
Ragazzi in visita nella stanza di un vecchio ospedale. Un tempo l’incontro con i pazienti era disciplinato da regole ferree quanto a numero dei presenti e orari

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