Il racconto di Corrado, sopravvissuto al coronavirus

personale dell’Ospedale Fatebenefratelli di Erba al lavoro (credit Provincia Lombardo Veneta Fatebenefratelli).

La discesa nell’incubo e la rinascita dopo tre settimane nel reparto Covid dell’ospedale Fatebenefratelli di Erba

Corrado il mese scorso ha compiuto sessant’anni. È un compleanno speciale che non potrà mai dimenticare, perché le tre settimane precedenti sono state le più lunghe della sua vita. Ricoverato all’ospedale Fatebenefratelli di Erba, ha dovuto combattere contro il Covid-19. Una discesa nell’incubo e una rinascita che fanno capire che cosa significa perdere il respiro, doversi affidare completamente ai medici e non poter fare altro che aspettare e sperare di uscirne vivo.
Quando ha scoperto di avere il covid-19?
«La prima settimana di marzo sentivo un malessere proprio come l’influenza, un po’ di febbre, sui 37 e mezzo, male alle ossa, debolezza. Poi la febbre si è alzata ed è cominciata la tosse, sempre più insistente fino a che la notte di domenica 8 marzo la situazione è precipitata: non riuscivo più a respirare. Ho chiamato il 112, mi hanno visitato il mattino presto e subito portato in ambulanza al Fatebenefratelli».
Come è stato l’arrivo in ospedale?
«Appena arrivato sono stato messo nella tenda allestita all’ingresso, mi hanno fatto il tampone, attaccato l’ossigeno con le cannule nasali e fatto la radiografia ai polmoni. Avevo in corso una polmonite bilaterale e la sera stessa mi hanno trasferito nel reparto Covid. Il giorno dopo è arrivato l’esito del tampone: positivo. Ed è cominciato il calvario, per due settimane ho portato il casco per la ventilazione giorno e notte, ogni tanto lo toglievano per darmi un po’ di sollievo, mi giravano su un fianco. Per farmi bere aprivano lo sportellino e infilavano la cannuccia, mi alimentavano solo con la flebo. Ero dentro una cappa isolato dal mondo, sentivo solo il ronzio del casco, non potevo muovermi, dormivo pochissimo. Nel letto accanto al mio si sono succeduti un sacerdote in via di guarigione e un anziano che ho visto morire».
Qual è stato il momento peggiore?
«Una notte la situazione è precipitata, praticamente ero a un passo dall’essere intubato, poi i medici hanno deciso di provare a mettermi in posizione prona e fortunatamente ha funzionato, dopo una notte a pancia in giù i parametri si sono stabilizzati e mi hanno lasciato con il casco».
Che cosa passa per la testa in quelle lunghe ore?
«È stato difficile, pensavo alla casa, agli amici, cercavo di tenere la mente occupata pianificando quello che avrei fatto dopo, i lavori da fare, andare a vedere i concerti di cui avevo già i biglietti, poi c’era il telefono… non so cosa avrei fatto senza, potevo parlare con mia moglie e i miei figli nei brevi momenti in cui mi toglievano il casco. Anche per loro è stata dura, non sapere cosa mi stava succedendo, non potermi assistere li faceva quasi sentire in colpa».
Quando ha capito che era fuori pericolo?
«Solo la terza settimana, quando mi hanno tolto il casco e messo la mascherina. Non mi sembrava vero: riuscivo a leggere qualche giallo, a fare un po’ di conversazione con il mio nuovo vicino di letto che, guarda caso, era un mio coscritto con cui avevo giocato a calcio quando ero ragazzo. Cominciavo ad avere appetito e ho pensato “ecco ora ne sono fuori”. Devo ringraziare medici, infermieri e operatori socio-sanitari dell’ospedale Fatebenefratelli di Erba, tutti sono stati di una disponibilità infinita. Sempre gentili e premurosi».
La parte più difficile dopo la fase acuta?
«Riprendere a camminare. La fisioterapista mi ha detto di provare a fare qualche passo, è stata una fatica incredibile che non ho mai provato, sentivo i muscoli atrofizzati, ho camminato portandomi dietro bombola dell’ossigeno ed è stato come fare una salita in montagna».
Poi finalmente a casa.
«Speravo di uscire prima di Pasqua ma non ci volevo credere troppo e invece… è stata una vera sorpresa e anche se ero uno straccetto, quando sono sceso dall’ambulanza e ho sentito il caldo e il sole… una gioia. In casa ho dovuto mantenere le distanze dai miei e dormire in una camera separata. Sono sceso a mangiare con la mia famiglia solo il giorno di Pasqua, le scale per tornare al piano di sopra le ho fatte praticamente a carponi. Ora posso dire di stare bene, dopo due tamponi negativi mi hanno finalmente dichiarato guarito, anche se i polmoni non sono ancora del tutto “puliti”».
Cosa rimane nel ricordo?
«Sono stati tanti i momenti di scoramento, sei totalmente impotente, dipendi in tutto e per tutto da chi ti assiste, ti senti inerme e fragile. I legami che si creano con il personale medico non li scordi: quando sono tornato in ospedale per una radiografia di controllo, due infermieri sono venuti a salutarmi, non li dimenticherò… Quando lotti con la malattia non pensi a cosa sta succedendo intorno, ho realizzato solo dopo quanto sono stato fortunato. Ora, dopo due mesi e mezzo, posso finalmente riprendere la mia vita».

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