IL SENSO (PERDUTO) DELLE ISTITUZIONI

di EMANUELE CASO

Le risse di Palazzo Cernezzi
Non è facile commentare con animo distaccato i recenti (e tristi) episodi avvenuti in consiglio comunale a Como. Tra bandiere tricolori usate come armi improprie (21 marzo 2011), improduttività generale dell’assemblea per assenze di massa causa Juventus (13 gennaio 2011), scranni usati come tavole calde per pizze e bibite (quasi ogni sera), e infine, giovedì scorso, l’indecoroso spettacolo da saloon di cui potete leggere compiutamente a pagina 2, ciò che balza drammaticamente all’occhio è

una domanda su tutte: ha ancora una logica, a Palazzo Cernezzi, parlare di senso delle istituzioni?
La domanda va oltre ogni tipo di giudizio politico sulla maggioranza, sull’opposizione o sui gruppuscoli pseudo civici che si plasmano come “pongo” a seconda dell’argomento (e dell’interesse). Il punto è che in quella che dovrebbe essere la massima assemblea cittadina, il luogo del confronto anche aspro ma pur sempre civile sul futuro della città e dei suoi abitanti, è ormai normale assistere a un consigliere – nel caso specifico Alessandro Rapinese – prendere per i fondelli l’accento meridionale di un collega di minoranza o cercare costantemente la provocazione triviale e fondata sull’attacco violento e personale nei confronti di altri consiglieri (il capogruppo del Pdl Claudio Corengia e l’esponente del Pd Bruno Saladino ne sanno qualcosa). Così come appare ormai quasi normale che l’ultimo “oggetto” dello scherno di Rapinese, Marcello Iantorno, possa dilungarsi in un diluvio di insulti, minacce e improperi senza che nessuno – tra colleghi del Pd, maggioranza, giunta e figuriamoci il presidente del consiglio comunale meno istituzionale di ogni tempo – muova un dito, o faccia qualcosa per mettere fine all’invereconda macelleria istituzionale. D’altronde, potrebbe obiettare qualcuno, nel momento in cui i consiglieri assistono divertiti e senza un briciolo di indignazione a due eletti (Vittorio Mottola e Diego Peverelli) che si tirano reciprocamente in faccia la bandiera italiana come fosse uno straccio per le pulizie, facendo fare a Como una figuraccia planetaria, beh, forse non ha senso aggiungere altro.
Resta difficile, però, rassegnarsi al fatto che per le miserie di pochi, debba vergognarsi (ingiustamente) una città intera.

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