Il significato della Medicina del territorio

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di Mario Guidotti

Si è detto: la vicenda Covid ci ha insegnato che non possiamo più trascurare la Medicina territoriale,  e che non possiamo più avere un’ospedalizzazione di ogni problema sanitario.

L’ammassarsi di malati in apnea nei Pronto soccorso e le file di ambulanze che non riuscivano a scaricarli ce lo hanno drammaticamente ricordato, ma a ben guardare anche prima del Coronavirus era da anni che per una distorsione alla caviglia si facevano otto ore di sala d’attesa e per  un mal di schiena si ritirava il ticket con il proprio numero in preda alla totale rassegnazione.

Però ormai l’abbiamo capito tutti: si deve andare in ospedale solo per cose ultra-specialistiche e gravi, cercando di far sì che quelle di medio e basso grado di intensità di cura non debbano precipitare. Quindi: che Medicina del territorio sia!

Ma siamo sicuri di che cosa intendiamo e vogliamo realizzare, se i soldi che l’Europa ci vuole prestare arriveranno?

Prima cosa: i medici. So che i tanti amici della Medicina di Base alzeranno il sopracciglio (ben venga un’ampia discussione), ma non possono più essere liberi professionisti; si deve superare l’equivoco delle loro dipendenza-autonomia dal Sistema Sanitario Nazionale.

Un esempio: una gerarchia deve gestire la loro turnistica, ed anche organizzare le loro sostituzioni in caso di assenza. A proposito, ma la riforma della Lombardia dell’agosto 2015 (che dovrebbe essere proprio nel 2020 definitivamente approvata dal Ministero della Salute sulla base dell’analisi dei risultati) non prevedeva proprio che le Asst (Aziende socio-sanitarie territoriali) avessero la governance dei medici di famiglia, tramite il Direttore socio-sanitario?

Per continuare: indispensabile ormai disporre di infermieri di base o del territorio.

Non potranno poi mancare centri di cura a bassa intensità rionali, per iniezioni, cure, medicazioni, controllo della pressione arteriosa, malesseri di apparente poco conto, esami del sangue minimi.

E poi, centri di distribuzione dei farmaci assunti cronicamente. Che senso ha che per una pillola che assumo da anni devo mettermi in coda dal medico di base, oppure fare tramite l’impiegata, se c’è, o la portinaia (lasciando l’auto in doppia fila per ritirare l’impegnativa), e poi rifarla anche in farmacia?

Case della salute o centri di cura minima  anche con aspetti riabilitativi, magari con competenze pure sociali, dove poter fare una telefonata se non sto bene, meglio ancora: riceverla se un giorno non mi faccio vivo e magari sono anziano e malato.

Insomma, il sogno di tutti nel declinare il concetto della Medicina del territorio è avere strutture, ma soprattutto persone vicine, che si prendano cura di noi.

Non proprio tutti, ma i soggetti più fragili sicuramente sì.

Costa tanto? In termini economici non crediamo proprio, pensate solo ai risparmi che si farebbero negli ospedali. In termini organizzativi, abbastanza. Ma la fatica maggiore sappiamo che alberga nella rivoluzione culturale, nel cambiamento mentale, e qui sarà la vera scommessa.

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