«Il suo lavoro è una traccia per il Como del futuro». Il ricordo di Favini a un anno dalla scomparsa

Mino Favini

Domani sarà un anno senza Mino Favini. Il 23 aprile del 2019 ci lasciava infatti uno degli uomini più importanti nella storia del Calcio Como, il più grande talent scout nella storia recente del calcio italiano.
Personaggio indimenticato, ancora preso come riferimento quando si parla di settori giovanili e della loro gestione.
Mino Favini ha tracciato un solco importante riconosciuto ad esempio dalla Figc, la Federcalcio, che ha deciso di assegnare a suo nome il premio annuale per il miglior responsabile di vivaio, che viene votato dai suoi stessi colleghi e che nel 2020 è stato assegnato a Roberto Samaden dell’Inter. Una pecca: nella pagina dedicata a questo riconoscimento, sul sito della Figc si parla di «storico dirigente dell’Atalanta». Considerati i tanti giocatori cresciuti nel Como e poi finiti in Nazionale, una citazione del club lariano sarebbe più che doverosa.
Un importante tributo a Mino Favini è giunto anche pochi giorni fa con una dichiarazione di Michael Gandler, amministratore del Como 1907, che ha detto: «L’Atalanta, oggi al centro dell’ attenzione, ha impostato la sua programmazione sul settore giovanile con Mino Favini prendendo da esempio quello che prima era stato fatto da lui proprio al Como. Sicuramente questa è la traccia che ispira il nostro lavoro e che ci guiderà nel futuro».
Nato a Meda il 2 febbraio del 1936, Favini – il cui nome era Fermo, ma da tutti conosciuto come Mino – da giocatore aveva vestito la maglia della squadra lariana tra il 1954 e il 1957.
Nella sua carriera ha inoltre indossato le divise di Meda, Brescia, Atalanta e Reggiana.
Poi la scelta di rimanere nel mondo del calcio, lavorando nei settori giovanili. Il suo primo capolavoro al Como dove costruì il prolifico vivaio di Orsenigo, puntando su collaboratori come Angelo Massola, Nazzareno Tosetti, Giorgio Rustignoli e su una fitta rete di scouting e di collaborazione con le società del territorio, ma non solo. Quella della società lariana era prima di tutto una scuola di vita e puntava anche su rapporti ben definiti con i genitori, con la regola che nei colloqui non sarebbe stata affrontata alcuna questione tecnica.
Favini amava raccontare anche le storie dei talenti passati da Orsenigo. «Quando portai Gianfranco Matteoli al Como – aveva raccontato – qualcuno mi disse che era piccolo, che non aveva il fisico. A me, invece, bastò vedere come saltava l’uomo».
Sul campione del mondo Gianluca Zambrotta spiegava: «Appena arrivato da noi non si voleva allenare e continuava a piangere. Ne parlai con i suoi genitori e la scelta fu di farlo seguire da sua mamma quando veniva ad Orsenigo. Così si tranquillizzò».
Un particolare legame era quello con Stefano Borgonovo, non a caso lo stesso Favini era stato chiamato per ricordarlo nel 2016, quando la piazzetta davanti allo stadio fu dedicata allo sfortunato ex giocatore scomparso prematuramente per la Sla.
L’elenco di talenti scoperti al Como da Favini e dal suo staff è davvero lungo e comprende, fra gli altri, oltre ai già citati, Luca Fusi, Pietro Vierchowod, Giovanni Invernizzi, Marco Simone, Francesco Pedone, Enrico e Paolo Annoni, Egidio Notaristefano, Alessandro Scanziani, Simone Braglia, Stefano Maccoppi, Enrico Todesco, Roberto Galia, Silvano Fontolan, Giacomo Gattuso, Diego De Ascentis, Andrea Fortunato, Luigi Sala.
Atleti che hanno fatto la fortuna del Como (e spesso anche della Nazionale) prima di tutto sotto il profilo sportivo – molti di loro sono stati protagonisti con la maglia azzurra in serie A negli anni ’80 – e anche da un punto di vista economico: la vendita centellinata dei migliori prodotti del vivaio ha consentito al club di via Sinigaglia di andare avanti a lungo senza problemi di bilancio.
All’inizio degli anni ’90 Favini lasciò il Como per andare all’Atalanta, dove, con lo stesso metodo applicato sul Lario, ha fatto la fortuna della società nerazzurra, che ancora adesso, come dimostrano i risultati sul campo, beneficia del suo lavoro.
Se ne parla meno, ma Favini è stato un talent scout anche di allenatori: la sua idea era di chiamare nel vivaio ex giocatori pronti a portare la loro esperienza. Tra i tecnici che ha lanciato, ad esempio, Cesare Prandelli, già commissario tecnico dell’Italia.

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