Il suocero di Arrighi in febbraio davanti ai giudici della Cassazione

Delitto dell’armeria – Avrebbe aiutato il genero a disfarsi del corpo di Giacomo Brambilla
La corte di Cassazione ha fissato la data in cui verrà discusso il ricorso presentato da Emanuele La Rosa, il suocero di Alberto Arrighi.
L’uomo, 68 anni, ha patteggiato di fronte ai giudici di Como la pena di 3 anni e 5 mesi per avere aiutato il genero a disfarsi del corpo di Giacomo Brambilla, l’imprenditore delle pompe di benzina ucciso a colpi di pistola all’interno dell’armeria Arrighi di via Garibaldi.
Il ricorso davanti ai giudici del “Palazzaccio”, che si discuterà il

prossimo 21 febbraio, è stato presentato dai legali dell’uomo (Giuseppe Sassi e Susi Mariani) che hanno puntato su una questione tecnica, ovvero sul fatto che l’episodio contestato a La Rosa debba in realtà essere considerato un unico reato complesso e non doppio come vilipendio e distruzione di cadavere.
Il suocero di Alberto Arrighi è al momento libero e, contando la pena già scontata, gli rimarrebbero da passare in carcere 2 anni e 11 mesi. L’intenzione della difesa, una volta che la sentenza diventerà definitiva, è però quella di rivolgersi al tribunale di sorveglianza per chiedere un affidamento in prova.
La vicenda di Emanuele La Rosa si collega a doppio filo a quella dell’ex armiere comasco. Intervenuto la sera del delitto di Giacomo Brambilla, aiutò Arrighi a disfarsi del cadavere della vittima, decapitandolo (la testa, come è noto, fu rinvenuta dagli inquirenti nel forno della pizzeria di famiglia a Senna Comasco) e gettando il resto del corpo, dopo un lungo viaggio in macchina, in una scarpata in quel di Crevoladossola (in provincia di Verbania). Un comportamento che sconvolse, anche perché il giorno successivo al delitto l’uomo andò a sciare con la moglie come se nulla fosse successo. Sul comportamento di La Rosa parlò, in modo molto pesante, anche il Tribunale del Riesame che bollò la condotta dell’uomo come «impressionante», «senza un moto di disperazione», «un segnale di smarrimento» neppure di fronte al corpo sanguinante dell’uomo.
La vicenda processuale di La Rosa è poi proseguita “sotto traccia” rispetto a quella di Arrighi, riapparendo solo nel giorno del giudizio di primo grado che ha condannato il responsabile del delitto a 30 anni di carcere. Il suocero invece, come detto, ne uscì con un patteggiamento a tre anni e cinque mesi. Esito che non ha evitato un ulteriore ricorso in Cassazione fissato per il prossimo febbraio.

Mauro Peverelli

Nella foto:
La scientifica all’interno della pizzeria di Senna Comasco di proprietà della famiglia La Rosa

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