Il telelavoro non cambia la fiscalità dei frontalieri

Favorire chi ha patologie

Il lavoro agile, da casa, quello che comunemente viene definito con l’espressione inglese smart working, non cambia la fiscalità dei frontalieri. In tempi di pandemia e di dogane inaccessibili, si è aperta la discussione su una possibile modifica del sistema di tassazione alla fonte. C’è infatti chi sostiene che il lavoro agile non sia compatibile con la definizione di frontalierato. Cosa che, sul piano strettamente formale, potrebbe non essere del tutto sbagliata. Una prima risposta alla questione è stata però data dalla Confederazione, che nei giorni scorsi ha siglato un’intesa con il governo francese per non modificare il regime impositivo dei frontalieri, anche se molti dei transalpini attivi nelle imprese svizzere di Ginevra e del Vallese hanno lavorato (e continuano a lavorare) dalle loro abitazioni a causa del Covid-19.
Il delegato del Canton Ticino per le relazioni internazionali, Francesco Quattrini, è intervenuto sull’argomento venerdì scorso durante la conferenza stampa convocata a Bellinzona dallo Stato maggiore di condotta per illustrare le ultime cifre dell’epidemia in Ticino.
«La problematica concerne tutti i frontalieri che hanno un’occupazione in Svizzera – ha detto Quattrini – Con la Francia è già stata trovata una soluzione e non vi saranno modifiche per quel che concerne la tassazione. Anche con l’Italia si troverà un accordo, che potrebbe essere analogo a quella trovata con la Francia».
Secondo quanto riferito dalla stampa elvetica nei giorni scorsi, Berna e Parigi hanno scelto di non toccare gli accordi fiscali fino a quando le misure emergenziali contro il Coronavirus resteranno in vigore. I frontalieri in smart working continueranno quindi a essere considerati fiscalmente del tutto simili ai colleghi che si recano di persona al lavoro.
Un confronto è in corso con Italia e Germania. Secondo la Segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali, citata dal Corriere del Ticino, «l’obiettivo è di scambiare opinioni a livello bilaterale su alcune questioni emerse in materia di tassazione del lavoro dipendente a seguito delle misure sanitarie eccezionali adottate dagli Stati per combattere la pandemia, come il telelavoro “forzato”. Sulla base di questi scambi, le autorità valuteranno, se necessario, un accordo di portata generale come quello trovato con la Francia».
Il punto, però, resta un altro. La pandemia ha accelerato enormemente il processo di espansione del telelavoro. E anche le imprese svizzere si sono rese conto che parte dei frontalieri possono tranquillamente lavorare da casa. Questo “nuovo” sistema è compatibile con il concetto stesso di frontalierato?
Un recentissimo studio del Centro di competenze fiscali della Supsi, curato da Francesca Amaddeo e Marco Bernasconi, lo esclude. E sostiene che in caso di telelavoro la potestà impositiva spetterebbe all’Italia. Ecco perché sulla questione serve subito un chiarimento.

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