Il testimone: «Il mio amico picchiato? No… si buttò a terra da solo»

Tribunale di Como, processo 'ndarngheta. In foto il Pm Sara Ombra

Da una parte ci sono i carabinieri e i verbali di quello che vittime (e testimoni) denunciarono anni fa. Dall’altra ci sono le stesse vittime (e testimoni) che oggi sono chiamati a parlare di fronte al Collegio giudicante di Como sui fatti di malavita con metodo mafioso (pestaggi ed estorsioni) che, secondo l’accusa, caratterizzarono Cantù e soprattutto i locali di piazza Garibaldi. Le due cose – i verbali di allora e le deposizioni di oggi – quasi mai sono sovrapponibili. Perché nella maggior parte dei casi sembra di parlare di città diverse, distanti chilometri.

E allora, nel palazzo di giustizia di Como, profondo Nord, con la Svizzera appena oltre la montagna, si può essere “costretti” ad ascoltare la deposizione di un parrucchiere che lavorava vicino alla piazza, che frequentava quei locali e quelle vie in cui in poche settimane ci furono due tentati omicidi, dire che a lui «poco interessava di quelle cose», perché faceva le sue «cose private». È lo stesso che nei verbali, dopo un pestaggio in discoteca da parte di alcuni degli otto imputati di oggi, aveva detto di aver inseguito e raggiunto i responsabili che picchiarono un suo amico per chiedere conto di quello che avevano fatto. Oggi invece dice che il suo amico «si era buttato a terra da solo perché aveva paura».

Ovviamente, quello che nel verbale era «gli aggressori erano italiani con accento calabrese», oggi diventa «non ricordo episodi violenti, ne sentivo parlare ma erano dominicani o albanesi». Viene da chiedersi con che coraggio, allora, firmò quel verbale.

In aula si siede anche il gestore (con altri soci) della discoteca “Spazio”. Nelle intercettazioni parlava in questi termini: «Non si può far scassare così un ragazzo e non intervenire… li devono arrestare, se i carabinieri non li arrestano cosa vogliono da noi? Arrivano e ti sfondano il locale, io non ne posso più, mi devo tutelare… Questi fanno quello che vogliono, sparano senza motivo, noi per il quieto vivere facciamo buon viso a cattivo gioco». Oggi, quello sfogo di rabbia e paura si scopre che era provocato solo da «quattro ragazzetti», e che lui si riferiva in generale «alle notti a Cantù» e non al suo locale, e che per lui erano una «compagnia un po’ agitata».

C’è poi l’imprenditore edile che – per uno screzio viabilistico – si trovò un proiettile a pochi centimetri dalla testa. Esploso ad altezza uomo. Nel novembre del 2015 li descrisse con particolari («uno indossava un maglione arancione e nero a strisce… erano giovani, accento meridionale»), oggi nega di aver mai dato una descrizione anche sommaria.

A parlare senza freni è il luogotenente Francesco Cabras, comandante del nucleo operativo radiomobile di Cantù. «Le cose cambiarono quando Ludovico Muscatello (figlio del boss del Locale di Mariano) che lavorava come buttafuori nella discoteca, fu gambizzato – ha detto – Avvenne pochi giorni dopo un litigio nel locale con quelli che ci dissero essere calabresi di Africo, vicino ai Morabito. Temevamo una guerra tra bande attorno alla piazza. Invece ci fu silenzio. Quando andai in ospedale da Muscatello mi disse: “Non dico nulla, tanto lei già sa chi è stato…”. Dimesso dall’ospedale non è più tornato a lavorare alla discoteca, ha iniziato a operare lontano da Cantù». «Emerse che quello che era avvenuto era stato voluto per togliere il controllo al nipote del boss. Muscatello scomparve, e contestualmente nella discoteca presero piede i personaggi che si erano resi autori di quella gambizzazione».

È l’inizio della serie di violenze nei locali affacciati sulla piazza. Compiute da quelli che i testimoni avevano chiamato «quattro ragazzetti».

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