Il Titanic in scena a Lurago d’Erba con il libro dello storico Claudio Bossi

altNella tragedia del 1912 anche due comaschi dai destini molto diversi
Furono in tutto 1.518 i morti, in quella notte maledetta tra il 14 e il 15 aprile 1912. Tra cui due comaschi. «È la tragedia che rimane maggiormente impressa nell’immaginario collettivo. Le cause furono molteplici, però sicuramente ci furono una straordinaria ed inquietante serie di errori umani». Parola di Claudio Bossi, principale storico italiano del caso Titanic, ospite oggi alle 21 nella sala consiliare di Lurago d’Erba per presentare il suo volume Titanic. Storia, leggende e superstizioni

sul tragico primo e ultimo viaggio del gigante dei mari, edito da De Vecchi. L’evento, a cura della Libreria Torriani di Canzo, sarà poi replicato il 14 novembre alle 21 ad Asso e il 23 novembre alle 16.30 ad Alserio.
«Il Titanic – spiega Bossi – fu il simbolo di un’epoca di grande ottimismo, si credeva che la tecnologia potesse dominare suprema sulla natura. La storia ci ha detto che il progresso tecnologico umano ne uscì drasticamente ridimensionato».
Fu anche un evento mediatico. «Il Titanic – dice Bossi – è entrato nel mito per la celerità del passaggio di un trionfo annunciato ad una fine terrificante. Tutta la stampa mondiale, che fino a poche ore prima ne magnificava la grandezza, poche ore dopo si chiedeva ragione del perché fosse accaduto. Con quelle 1.518 persone morì anche la Belle Epoque, di cui il Titanic era una meravigliosa rappresentazione. Due anni dopo sarebbe scoppiata la Prima Guerra Mondiale e tutto sarebbe cambiato».
Un libro, quello di Bossi, scritto con rigore scientifico ma anche con il cuore: «Il Titanic è oggetto di molta disinformazione: la scienza ci può dare gli strumenti per raccontare cosa successe realmente quella notte. Spero che il mio libro aiuti a ricordare sempre che in questo mondo siamo tutti a bordo di un grande transatlantico, divisi per classi, guidati da un destino che corre a mille verso l’ignoto e che purtroppo non è mai uguale per tutti».
Tra le vittime vi furono quattro svizzero-italiani e due comaschi. Giuseppe Peduzzi aveva lasciato Schignano a 12 anni per cercare fortuna, nel 1900. 24enne, si era imbarcato sul Titanic. Inseguiva il sogno americano. Ma di lui non resta nemmeno una foto sulla tomba nel cimitero della località intelvese. Una ventina d’anni fa, è stata rubata dalla lapide. E poi c’è Emilio Portaluppi, scultore e architetto di fama che, all’epoca del naufragio, aveva trent’anni e abitava ad Arcisate, ora in provincia di Varese. Ne uscì vivo: come riportò il “Corriere della Sera” del 20 aprile 1912, riuscì ad «aggrapparsi a un pezzo di ghiaccio» e rimase in balia delle onde gelide dell’Atlantico fino a quando fu tratto in salvo da una scialuppa di salvataggio. Lo confermò nel 1998 la figlia Ines, all’epoca 94enne, ai cronisti del “Corriere di Como” in una intervista in cui rievocò quelle ore drammatiche, così come gliele aveva riportate il padre: «Il Titanic ospitava una grande festa, durante la navigazione. Quelli che guidavano hanno detto al capitano: “Siamo nel posto delle montagne di ghiaccio. Rallentiamo?”. “No, aumenta la velocità”. E quello è stato il male».
Chi volesse vedere da vicino 200 cimeli ripescati dal relitto e la ricostruzione di alcune cabine, può visitare una mostra al Palaexpo di Ginevra aperta fino a dicembre. Il visitatore riceve una carta d’imbarco della White Star Line con i nomi dei passeggeri rossocrociati imbarcatisi il 10 aprile a Southampton per il viaggio fatale.

L.M.

Nella foto:
Il Titanic in navigazione nel film di James Cameron del 1997, ripubblicato in 3D nel 2012, in occasione del centenario del naufragio

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