In aula il testimone dell’omicidio di don Roberto. «Lo colpiva con un coltello tenendolo per il collo»

Don Roberto Malgesini

La settimana scorsa, al momento dell’intitolazione di Largo Don Roberto Malgesini, la piazzetta seminascosta di fronte alla chiesta di San Rocco dove il religioso fu ucciso a coltellate era gremita di gente. C’erano le autorità del Comune di Como, che scoprirono la targa, c’era la Diocesi e pure le associazioni cittadine. Ieri invece, nell’aula della Corte d’Assise del Tribunale di Como, non c’era nessuno. Solo un pugno di giornalisti, il pubblico ministero Massimo Astori, l’avvocato della difesa Davide Giudici, quello della parte civile Maurizio Passerini (che rappresenta i fratelli della vittima) e ovviamente l’imputato. Un “vuoto” che non è passato inosservato. Una presenza degli enti, anche solo simbolica, non sarebbe stata affatto sgradita. Anzi.

Invece la Corte d’Assise per l’omicidio del prete degli ultimi, avvenuto il 15 settembre del 2020, si è aperta senza particolari clamori e con subito una sfilata di testimoni – ben 13 – che hanno ricostruito quello che videro quel giorno o le indagini che svolsero fin da subito per ricostruire il delitto. Ridha Mahmoudi, tunisino di 53 anni accusato dell’omicidio che avrebbe compiuto con premeditazione, era in aula, tradotto dal carcere di Monza.
È lui, secondo la Procura di Como, il responsabile del delitto che del resto ammise subito ai carabinieri suonando al campanello della caserma di piazzale Duca d’Aosta.

«Si presentò in Caserma – ha testimoniano un militare dell’Arma che era in servizio quella mattina – Erano le 7.20. Aveva un evidente taglio alla mano sinistra ed era sporco di sangue. Gridò: “Aprite la porta, siete dei traditori. Ho ammazzato il parroco di San Rocco”».
Una rivendicazione che il tunisino fece poco dopo anche alla presenza di un uomo del 118 che gli stava medicando il taglio alla mano.

«Ci chiamarono per intervenire in caserma per un uomo con ferita da taglio – ha raccontato il soccorritore – Il taglio era bello profondo. Mentre lo medicavamo disse di aver ucciso il prete, di averlo ucciso a coltellate».
Secondo la tesi dell’accusa, infatti, Ridha Mahmoudi attese don Roberto Malgesini intorno alle 7 della mattina, con una scusa lo avvicinò (chiedendo del ghiaccio per un mal di denti) e poi lo colpì mentre il religioso preparava le colazioni da portare agli ultimi della città, agli “invisibili” compreso lo stesso imputato che don Roberto aiutava da tempo.

Una aggressione vista da un residente che quella mattina stava portando a passeggio il cane e che si trovò davanti alla scena brutale mentre era ancora in corso: «Abito a 30 metri da San Rocco – ha detto il testimone – Esco sempre tra le 6.20 e le 6.40 per portare a passeggio il mio cane. Mi stavo dirigendo verso via Regina Teodolinda quando vidi don Roberto e vicino a lui un uomo che chiedeva del ghiaccio. Era vestito con dei pantaloni rossi e con degli occhiali. Mi sembrava una persona per bene. Dieci minuti dopo, mentre tornavo verso casa, sentii un trambusto e guardai verso destra. C’era don Roberto che faceva dei passi indietro e si teneva la pancia. L’uomo lo raggiunse e lo colpì altre volte. L’arma era di grosse dimensioni, un coltello. Lo vidi bene. Con la mano sinistra teneva al collo don Roberto e con l’altra lo colpiva. Erano a venti metri da me. Corsi in casa e chiamai i soccorsi poi tornai sul luogo dei fatti mentre stava già accorrendo altra gente».

L’aggressore invece era già in fuga, dopo aver lasciato il coltello nel punto in cui fu poi recuperato dalla scientifica. Don Roberto non morì subito, fece in tempo a chiedere aiuto. Ma quando i soccorsi giunsero sul posto era già troppo tardi. Como in quel momento si stava svegliando, senza sapere che uno dei più efferati delitti della storia recente della città si era appena consumato. Un delitto su cui sarà chiamata pronunciarsi una Corte d’Assise presieduta dal giudice Valeria Costi e che tra i giudici popolari ha tre donne e tre uomini. Si tornerà in aula la prossima settimana.

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