Indice Rt, Como maglia “rossa” in Lombardia. Il Covid colpisce sul Lario molto più che altrove

Emergenza Covid, coronavirus a Como, volontari della Croce Rossa

Como maglia rossa dell’indice Rt in Lombardia. Secondo i calcoli che la Fondazione Bruno Kessler sviluppa costantemente per la cabina di regia del ministero della Salute, la provincia lariana è allo stato attuale quella con il valore in assoluto più alto: 1,93; seguita a buona distanza da Bergamo (1,72), Varese (1,65), Brescia (1,64), Lecco (1,61), Mantova (1,60), Monza e Brianza (1,55), Cremona (1,45), Lodi (1,41), Milano (1,36), Sondrio (1,23) e Pavia (1,22). Questi dati sono gli stessi utilizzati nell’ultima riunione del Comitato Tecnico Scientifico (Cts) per confermare la Lombardia quale zona rossa.
L’Rt regionale, sempre in base all’ultimo monitoraggio, è infatti a 1,46. In teoria, alcune province potrebbero scivolare in zona arancione (tutte quelle con l’Rt inferiore a 1,40), ma al momento il Cts ha confermato l’estensione del provvedimento più restrittivo in tutto il territorio lombardo.
Due giorni fa, martedì, mentre su stampa e televisioni cresceva il dibattito attorno alla validità dei calcoli epidemiologici utilizzati proprio per il calcolo dell’indice Rt, il ministero della Salute ha convocato una conferenza stampa durante la quale Stefano Merler, ricercatore della Fondazione Bruno Kessler è intervenuto per dare alcuni chiarimenti, a partire proprio dall’importanza del calcolo dell’indice Rt.
«È l’unico dei 21 parametri individuati dal Cts in grado di farci capire come andrà l’epidemia – ha detto Merler – Spesso ci mettiamo a discutere sui numeri, ma dimentichiamo quale sia il loro vero significato che, nel nostro caso, è poter dire che cosa accadrà di qui alle prossime due settimane. Si tratta chiaramente di un sistema che porta con sé alcune incertezze, ma è il migliore che abbiamo a disposizione, solidamente costruito negli anni e ampiamente riconosciuto dalla comunità scientifica».
La validità della misurazione dell’indice Rt, ha aggiunto il ricercatore della Fondazione Bruno Kessler, è dimostrata dal fatto che lo stesso indice è coinciso sempre con «il problema più importante prodotto dal Covid-19, ovvero la pressione sul sistema sanitario».
Ieri, lo stesso ministero della Salute, sulla sua pagina Internet, è tornato sull’argomento per spiegare ancora più in dettaglio come venga individuato l’Indice Rt, e in particolare motivare la scelta di basarsi unicamente sui pazienti sintomatici.
«Il metodo statistico è robusto se viene calcolato su un numero di infezioni individuate secondo criteri sufficientemente stabili nel tempo – scrive il ministero – Regione per regione, i criteri con cui vengono individuati i casi sintomatici o i criteri con cui vengono ospedalizzati i casi più gravi sono costanti, e il numero di questo tipo di pazienti è quindi strettamente legato alla trasmissibilità del virus. Al contrario, l’individuazione delle infezioni asintomatiche dipende molto dalla capacità di effettuare screening e contact-tracing da parte dei dipartimenti di prevenzione e questa può variare nelle diverse fasi epidemiche. Ad esempio, tali capacità aumentano tipicamente quando diminuisce l’incidenza totale della malattia e quindi il carico di lavoro sul sistema sanitario. Come conseguenza, in questo contesto, un maggiore o minore aumento dei casi asintomatici nel tempo non dipende direttamente dalla trasmissibilità del virus. Per questi motivi, le stime di R0 ed Rt che forniamo non tengono conto delle infezioni asintomatiche».
L’indice di letalità
Sempre martedì, il Coronavirus Resource Center della Johns Hopkins University di Baltimora ha pubblicato uno studio aggiornato sull’indice di letalità del Covid-19, ovvero su quante persone muoiono per il Sars-Cov-2 ogni 100 casi scoperti. Il Messico è al primo posto al mondo con quasi 10 vittime ogni cento che hanno contratto il virus. L’Iran è al secondo posto poco oltre 5 persone che non ce la fanno. E l’Italia è terza nella graduatoria mondiale, con quasi quattro morti ogni cento casi scoperti (per la precisione 3,8), poco sopra il Regno Unito che ne registra 3,7%. In questa terribile classifica, il territorio della provincia di Como si piazzerebbe molto in alto. L’indice di letalità sul Lario è infatti del 4,06% (880 vittime su 21.668 contagiati). Lo studio dell’ateneo del Maryland prende in considerazione anche l’indice di mortalità per Covid-19, vale a dire quello riferito alla popolazione totale. L’Italia è al 12.mo posto, con 76,89 casi di morte ogni 100 mila abitanti. Anche in questo caso, i numeri della provincia lariana sono più alti della media nazionale. Addirittura, l’indice di mortalità sul Lario – oggi attestato a 146.9 ogni 100mila abitanti – è superiore alla media del Paese più colpito dal Covid, il Belgio, dove la pandemia ha ucciso 129,92 persone ogni 100mila.
Mancano i medici di base
«Sul territorio di Como e Varese ci sono 3.360 ore di incarichi di medicina generale vacanti e l’Ats Insubria non è in grado di reperire nuovi medici di base almeno da marzo 2020. Questo rivelano i dati della Regione Lombardia sui tre concorsi indetti per il reclutamento di medici di base per Varese e Como, concorsi che negli ultimi sette mesi sono andati sistematicamente deserti».
Lo denuncia il consigliere regionale comasco del Partito Democratico, Angelo Orsenigo, il quale in una nota per la stampa ha ricordato ieri come «tra le province di Como e Varese siano» oggi attivi «soltanto 901 medici di medicina generale e 178 pediatri per un milione e mezzo di abitanti».

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